martedì 5 febbraio 2019

SARDEGNA, TRA SUBALTERNITÀ E ASPIRAZIONI



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La Sardegna continua a soffrire le pene di un modello dannoso e fallimentare. La mala politica continua maldestramente a tappare le falle di un Piano di Rinascita che avrebbe dovuto creare sviluppo e ricchezza, mentre ha determinato illusione e desolazione. Le politiche centraliste di allora possono riassumersi nella spesa di un mare di denaro pubblico improduttivo: economicamente, socialmente e culturalmente. La Sardegna è stata standardizzata, trasformata in una regione qualunque, in balia di un processo di impietosa e servile globalizzazione. Oggi l’Isola paga il conto della propria rovina: progressiva desertificazione economica, disoccupazione, inquinamento, anonimato, emigrazione. Un danno immane ampiamente voluto per garantire ingiusto profitto e rendita elettorale. Quella classe politica non era sola.

Il sistema centralista è fallito e con esso un concetto di progresso che tutto è tranne che qualitativamente inebriante. La risposta non può essere quella della ricerca di un nuovo “messia” perché la speranza, da sola, non basta. Anzi, non serve proprio. La soluzione sta tutta nella capacità di maturare realismo, senso di responsabilità individuale e comunitario. La Sardegna non ha bisogno di industrie pesanti ed inquinanti, carceri o altri ammortizzatori. Nemmeno di produttori o servitori di energia per favorire l’economia di altre realtà. La Sardegna ha bisogno di cambiare modello. 

L’indignazione fine a se stessa non serve: è così che siamo finiti tra le regioni più povere d’Europa, accontentandoci di poter beneficiare (con grottesca soddisfazione) di solo potenziali nuovi e più consistenti fondi europei.

Occorre sconfiggere i “pirati” che continuano ad affossare le nostre risorse e le nostre opportunità, ma anche le nostre nobili tradizioni. Bisogna puntare sull’economia virtuosa, territoriale. La Regione sarda non deve comportarsi come il “braccio armato” di una cultura evidentemente inaffidabile. Deve tranciare quel cordone ombelicale che favorisce carriere politiche personali, ma non benessere diffuso. Deve puntare nella riduzione dell’asfissia fiscale e burocratica, nel superamento delle ingiustizie e dei forti ritardi infrastrutturali. Deve considerare l’identità un fattore della produzione fondamentale. Turismo, artigianato, settore manifatturiero, agroalimentare, pesca, cultura, innovazione sono il futuro ed al contempo incompatibili con le apparenti rivendicazioni dell’attuale classe dirigente.

Gli interessi dei sardi sono altri rispetto all’offerta propagandistica da supermercato dell’attuale sistema. I sardi chiedono serenità mentre le attuali politiche continuano a produrre violenza fisica e culturale, povertà e malattie. La crescente disperazione sta uccidendo molto più delle più efferate organizzazione di stampo mafioso e terroristico. È necessario combattere le ingiustizie, superando ogni forma di “emarginazione esistenziale e sociale” con approcci realistici. Per farlo bisogna calarsi nel mondo reale per comprendere il valore della vita perché anche dietro ogni dramma vi è ricchezza culturale e umana.

Questo modello di incondizionata dipendenza e conformista sta svalutando il valore delle nostre terre, delle nostre acque delle nostre produzioni, dei nostri diritti e del nostro lavoro, della nostra cultura e della nostra spiritualità. La Sardegna non ha bisogno di nuove servitù e nemmeno di nuovi servi, ma di dignità.

Massimo Carboni

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