venerdì 30 novembre 2018

È L’INDIPENDENZA LA CHIAVE DEL CAMBIAMENTO RIVOLUZIONARIO



SPUNTI DI RIFLESSIONE


Limitarsi a cambiare governo, per migliorare le condizioni di un Paese, è pura illusione. Può cambiare la forma, ma non la sostanza.


Se continuiamo ad escludere la doverosa capacità di maturare il bisogno impellente di una indipendenza culturale dalle forze oppressive, non si potrà mai progettare ed affermare il cambiamento auspicato.

Continuiamo a sfuggire dall’esigenza di costruire il “governo di noi stessi”, per allontanarci coscientemente dal dominio di un sistema oggettivamente patologico, come sosteneva Gandhi.

Riappropriarci della nostra capacità di decidere è l’unica strada da percorrere per essere liberi di contribuire attivamente ad un vero processo di miglioramento della nostra condizione di vita e per sfuggire da ogni forma di violenza, che trova origine persino nella “educazione”.

Quando Gandhi morì, Nehru, suo grande amico, ebbe modo di perseguire un’azione di governo evidentemente distante dal pensiero rivoluzionario. Scelse la strada dell’industrializzazione dell’India, convinto della necessità di condurre il suo Paese nella modernità occidentale. Voleva trasformare l’India in una grande potenza. Fallì e dichiarò di aver sbagliato e che Ghandi aveva ragione. Del resto, nessun vero rivoluzionario, è mai stato parte del sistema che dichiara di voler combattere. 

Massimo Carboni   

giovedì 29 novembre 2018

AUTOGOVERNO, DI NOI STESSI




SPUNTI DI RIFLESSIONE

È in salute colui che sceglie di vivere con rispetto delle proprie tradizioni culturali, del proprio cibo, delle proprie condizioni identitarie. Ed è compito di ogni Paese e di ogni individuo sviluppare le proprie tradizioni per essere di dono agli altri.

Così come ogni uomo e ogni donna deve fare emergere le proprie risorse costruttive e le proprie caratteristiche, ogni espressione comunitaria deve ritrovare il valore della propria autonomia per essere fattore creativo nel Mondo.

Sfuggire all’omologazione è la strada che ci conduce fuori dalla perdurante ostilità.

Persino il dominio della speculazione finanziaria sulla Politica e sulle persone, deve trovare una risposta rivoluzionaria, anche fuori dal sistema. La povertà ed il disagio che essa ha generato, non devono trovare in noi alcuna forma di sostegno. Disoccupazione, precariato ed altre forme di disagio, non sono nostri nemici, ma condizioni da risolvere. Non devono essere percepite come turbamento della qualità della nostra vita, ma devono trovare azioni umanamente costruttive.

Criminalizzare la povertà ed il disagio è l’atto più crudele che gli Stati e gli individui possano esprimere. Del resto, esse sono il risultato di azioni sbagliate o di omissioni che devono spingerci ad abbandonare il tifo e ricercare costantemente verità. Non quelle dell’ultima ora, ma quelle destinate a durare in eterno. 


Massimo Carboni

UOMINI E DONNE DELLA TRADIZIONE

Contadini di Assemini, Sardegna, anni '30



SPUNTI DI RIFLESSIONE


I contadini non avevano nulla dell'homo oeconomicus. Tenevano ai loro campi e alle loro abitudini.

Il distacco dalla terra, ricevuta in dono dai propri antenati, non era neanche contemplato, se non in caso di sventura. La proprietà, intesa come ciò che è proprio, dunque inalienabile, era un principio a cui tenere fede.

Neanche i programmi di riforma agraria, quando dettati dai nuovi bisogni della produzione industriale, si rivelavano capaci di rimuovere la loro istintiva diffidenza. Capivano che la creazione di grandi proprietà avrebbe messo a rischio la centralità e l'autonomia del loro ruolo e che,nella migliore delle ipotesi, li avrebbe "condannati" a diventare dei giornalieri salariati. 

Stare sotto padrone non era propriamente il loro sogno.


Gianluigi Scalas


mercoledì 28 novembre 2018

CARLO FELICE E I TIRANNI SABAUDI


«Ci sono due errori che si possono fare lungo la strada per la verità: non andare fino in fondo e non partire».  (Buddha)
Sabato 15 dicembre 2018, alle ore 17:30, in via Ospedale 2 (ingresso ospedale militare) si terrà la centesima presentazione del libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”.

Introduce: Gianni Agnesa
Presenta l’opera: Giuseppe Melis
Letture di: Giancarla Carboni
Conclude: Francesco Casula

lunedì 26 novembre 2018

NON POSSIAMO FARE A MENO DELLA FAMIGLIA


Non c’è creatura umana che non appartenga ad un padre e ad una madre.

La famiglia è sintesi di un modello di civiltà, al tempo stesso generatore di equilibrio e valori, ma anche luogo di convivenza dei drammi del nostro tempo.

È nella famiglia che talvolta cova repressione, oppressione, ipocrisia, violenza, conformismo. È nella famiglia che troviamo l'ambiente per difenderci dal terrore che ci circonda. Ma, la famiglia è anche e soprattutto luogo delle cose più belle dell’umanità. Non vi è nulla di straordinariamente bello che non sia frutto del rapporto tra padre e figlio; tra madre e figlio; tra padre e madre. Possiamo scegliere di parlare bene o male della famiglia, ma rimane un nucleo fondamentale per educare e tramandare.

Siamo passati da un’era prettamente agricola, pastorale, marittima, artigianale ad un’era industriale e post industriale in cui ogni schema è saltato, senza una visione alternativa. Viviamo immersi in un modello eternamente caotico in cui la famiglia sembra non servire più. Servono consumatori, cioè individui soli.

Ed è in questa solitudine che il nucleo familiare si dissolve, trasformandoci in soggetti passivi e privi di umanità. In questa dimensione non servono più figli educati e culturalmente attivi, ma perfetti consumatori che trovano la felicità nell’illusione e la speranza nella plateale subordinazione. 

Massimo Carboni

LA NATURA TORNI AL CENTRO DELLA CIVILTA'





La natura è diventata un luogo, immancabilmente relegato ai margini della "civiltà".
Gli osservanti da fine settimana, tuttavia, non trascurano di andarla a trovare, un po' come si fa con i nonni. Si predispongono, a tal fine, con meticolosa cura e dovizia di particolari, dei veri e propri rituali, le cosiddette escursioni, intese appunto come "correre fuori", nella convinzione di poter così esprimere piena vicinanza a quel corpo estraniato.
Il distacco, infine, raggiunge il suo triste compimento quando alle aree naturali si danno dei confini, chiamandole Parco.

Gianluigi Scalas

sabato 24 novembre 2018

SENZA UNA PROSPETTIVA DI RINASCITA, MEGLIO L’ASTENSIONE POLITICA



I partiti politici rappresentavano pensieri e, attraverso essi, identità e stili di vita. La loro fine improvvisa ha cancellato la Politica e, dunque, i valori culturali e di prospettiva che essa rappresentava.

Maturare un nuovo modo di concepire i valori del Mondo e di se stessi, attraverso la produzione di grandi sconvolgimenti politici, religiosi, sociali ed economici in cui l’uomo e la bellezza siano posti al centro dell’attenzione, si sostanzia nell’accettare la sfida di un nuovo rinascimento per essere nuovamente titolari di una nuova visione ideale e spirituale.

Lavorare per una rinascita di vitalità produttiva di pensiero, significa andare oltre il caos che è positivo quando rompe la staticità, ma che non può essere perenne. Solo così potranno essere concepite nuove visioni.

Non si può più prescindere dall’attivare momenti alti del pensiero per forgiare un nuovo modello di civiltà che sia espressione di sana pluralità culturale e di approcci. Il mondialismo ha cancellato il pensiero, la riflessione e la pluralità delle prospettive. La vera dicotomia non è più Destra/Sinistra, ma: rinascimento contro infinito caos e barbarie. E, non si tratta solo di auspicare una rinascita romantica, ma anche fisica. Come quella degli antichi borghi o delle città, intesi come luoghi di civiltà autentica.

Occorre superare il vuoto con la ricostruzione, restituendo civiltà. Bisogna farlo oltrepassando l’istinto attraverso la riflessione, il pensiero e la ricostruzione fisica. In gioco non vi è il futuro della classe politica e dirigente, ma il nostro, quello dei nostri figli e della nostra Terra.

Riappropriamoci delle nostre radici per sfuggire all’eterno presente che ci standardizza nell’anonimato e verso la distruzione. Rinascimento come liberazione. Un nuovo rinascimento che, davanti a scelte vuote ed improponibili per i destinatari, rende alto e pienamente politico anche l’esercizio dell’astensione. 

Claudia Giannotti

venerdì 23 novembre 2018

AUTODETERMINAZIONE, INTERNA ED ESTERNA




“Autodeterminazione interna” e “autodeterminazione esterna”: queste due questioni abbracciano un campo esteso che occorre percorre nella sua interezza e analizzarne ogni aspetto con pazienza, per capire quale è l'oggetto e il soggetto di questi stessi concetti.

L'autodeterminazione interna è la capacità propria di un popolo di scegliere la propria forma di governo. L'autodeterminazione esterna implica, invece, il riconoscimento, da parte di altri enti statali, del fatto che in un territorio esiste uno Stato.

Per essere Stato occorre avere la capacità giuridica di agire, ovvero la soggettività internazionale.
Supposte queste affermazioni, la Sardegna è un’isola ed è una Regione dell'Italia. Questa è la situazione attuale.

Per avere l'autodeterminazione occorre avere la coscienza di essere un soggetto a se stante, ovvero occorre possedere l'identità di essere popolo.

La lingua con cui si comunica è importante, è il primo segno identificativo di un popolo che si ritiene unito.

Le scuole elementari ma anche le medie dovrebbero insegnare, accanto all'Italiano, la lingua Sarda. Questa, ci permetterebbe di possedere l'identità. Per coltivare l’identità di popolo non si può prescindere dall’utilizzo di strumenti di diffusione idonei, che trasmettano solo nell’uso linguistico in cui ci si riconosce. Vale per i media come per la toponomastica e le normali attività con la Pubblica amministrazione.

Questi aspetti, come tanti altri, produrrebbero una spinta alla crescita identitaria qualitativa. La politica non può prescindere dall’esigenza di cambiare approcci e simboli in grado di assicurare una costante attenzione alla maturazione di una chiara visione identitaria, così da ribaltare la forza culturale naturale rispetto a quella preponderante acquisita. Dobbiamo sentirci intimamente parte del nostro mondo culturale, conoscendolo e praticandolo senza escludere o considerare nemiche altre espressioni culturali e senza rifiutare forme di interazione con esse.

Un popolo che si ritiene tale e che si considera in qualche modo “colonizzato” deve rinascere, partendo dalle sue origini e non dal presente. Nessuna rivoluzione e nemmeno nessun cambiamento è possibile se non si condivide l’esigenza di vivere coscientemente e responsabilmente la propria identità.

Cristian Melis

mercoledì 21 novembre 2018

PRIMA DELL’EUROPA C'E' DA RIFONDARE LA SARDEGNA




«Lavorare per la costruzione di una nuova Europa è assai più complesso che urlare solitaria indignazione con le risorse e le speranze altrui, dimostrando tutta la già evidente debolezza».








Non vi è dubbio che l’insularità, rispetto all’impianto europeo, sia una caratteristica meritevole di attenzione.

Essa può essere inquadrata come gap strutturale da colmare con la dannosa cultura del sussidio, oppure come specificità da coltivare con senso di responsabilità politico, culturale e socioeconomico.
Essere isola al centro del Mediterraneo è una grande opportunità solo se inquadrata in un’ottica di prospettiva da una classe dirigente autorevole e preparata ad affrontare sfide costruttive.

Del resto, il vero gap, è quello della valorizzazione dell’immenso patrimonio linguistico e culturale che dovrebbe riguardare una rinnovata politica europea, passando per la consapevolezza del bisogno di un sempre auspicabile ed autonomo “Sistema Sardegna”.

La sfida è, dunque, quella di ripartire dal proprio patrimonio identitario e dalle sue radici più profonde.

Lavorare per la costruzione di una nuova Europa è assai più complesso che urlare solitaria indignazione con le risorse e le speranze altrui, dimostrando tutta la già evidente debolezza. Costruire, significa incentivare lo sviluppo della conoscenza della propria Terra, della propria geografia e della propria storia, del proprio ambiente, delle tradizioni e degli usi.

È questo che occorre fare se si vuole essere attori responsabili e vincenti in un mondo globale; se si vuole investire in un modello di crescita e di sviluppo che risponda ad una prospettiva progettuale, ad un modello di civiltà autoctono e condiviso con dignità e cognizione di causa. Tutto questo senza escludere a priori il progresso: l’importante è non subirlo in totale passività e nella subalternità sempre di moda.

Del resto, per essere liberi, occorre essere responsabilmente autentici e forti di una propria identità, non come mero sentimento diffuso, ma come coscienza da possedere e coltivare. Bisogna che la politica esca dal vittimismo querulo e dalla ricerca costante di un nemico da combattere ed agisca per sintetizzare i mezzi necessari a collocare la Sardegna nel circuito produttivo inteso nella sua più ampia accezione.

La Sardegna è per le sue caratteristiche un Continente. La sua cultura è viva ed articolata, priva di esempi simili nel resto del Mondo. Ad essere statica è la sua proiezione verso politiche di qualità. La sua collocazione geopolitica, le sue articolate vicende storiche, le sue contaminazioni e resistenze, la sua capacità di confronto e di interazione culturale, rappresentano punti di forza che non possono essere sacrificati nell’altare dell’autoconservazione di certa specie politicante.


La Sardegna è parte integrante del ricco patrimonio europeo. Per tale motivo, e non solo, l’Europa potrà svilupparsi nella direzione auspicata solo se accetta di rifondarsi con una classe dirigente all’altezza delle sfide.     

martedì 20 novembre 2018

ALLA RICERCA DELLE RADICI, ANTONIO SIMON MOSSA




spunti di riflessione


Antonio Simon Mossa fu il primo a parlare di Nazione sarda, ponendo l’accento sulla differenza tra questa ed il concetto di stato.

Uomo di grande spessore culturale e di lotta, fu tra i maggiori protagonisti di una visione realistica della funzione sociopolitica, economica e culturale della Sardegna intesa come struttura organica. 

Non solo nella circoscritta dimensione territoriale sarda, ma in un più vasto e moderno scenario.

La Sardegna come Nazione senza stato, ben oltre il concetto di separatismo, per la costruzione di un governo responsabile e possibile.

Antonio Simon Mossa fu tra i maggiori rappresentanti sardi che spinse a superare lo stato di “deprivazione relativa”, ossia: la condizione psicologica dei sardi che vivevano la convinzione di avere minori opportunità di emancipazione rispetto ad altri gruppi sociali organizzati.

Lingua, tradizioni, cultura, storia e spiritualità, rappresentavano aspetti caratterizzanti le sue espressioni e la sua imponente azione. Tutto fuori dalle “logiche” elettoralistiche e dal teatro mediatico, perché la sua azione era pura sostanza.

domenica 18 novembre 2018

L’EUROPA NON SIA NEMICA DEI POPOLI




La Politica ha il compito di costruire l’identità europea, riconoscendo il plusvalore delle specificità culturali che vivono ancora soffocate in essa.

È necessario andare oltre la legittima e doverosa denuncia, individuando gli strumenti per attivare reali processi di valorizzazione che agiscano nelle fondamenta dei principi di integrazione e interazione politica, economica e socioculturale della dimensione comunitaria.

Ci vuole un cambio radicale di prospettiva: una nuova fase costituente che vada oltre le tutele identitarie fine a se stesse ed oltre l’argine protezionistico delle diversità culturali.

Stare fermi, significa non cambiare nulla. Inoltre, occorre superare la tentazione di perseguire modelli incentrati nella vecchia logica della “Riserva indiana”.

In Europa vi è bisogno di scambi, confronti, interazioni tra culture. Perciò bisogna progettare e concretizzare iniziative incentrate nella cooperazione e nell’interscambio. Gli stati sono tra loro interdipendenti: la crisi, spesso ed in parte indotta, in un Paese si ripercuote inevitabilmente sugli altri.

L’Europa dei popoli e delle specificità non è la sintesi nostalgica di ciò che è morto, ma l’amplificazione di ciò che è vitale ed espresso, con diversa intensità, in ciascuno di noi.

Continuare a percorrere con disinvoltura la strada forzatamente ed inopportunamente tracciata secondo uno schema ottocentesco è il moltiplicatore del fallimento: è necessario riflettere sulla natura e sulle aspettative dei Paesi membri che sono sempre stati e saranno Plurinazionali.    

sabato 17 novembre 2018

L'ALTRA EUROPA POSSIBILE



L’Europa non può continuare ad irrigidirsi sulla sua stessa conformazione monolitica.

Essa è, più di ogni altro spazio elettivo, la sintesi naturale della vitalità di culture regionali e locali, di identità etniche e storiche che dovrebbero rappresentare il volano di crescita e di sviluppo organico.

Continuare a soffocare queste realtà, equivale ad ampliare la dimensione della voragine in cui essa stessa sta precipitando.

L’Europa rappresenta l’ultimo esempio concreto di artificioso nazionalismo statalista fondato solo ed esclusivamente sui disvalori della finanza speculativa a danno dei popoli. Dopo il caos, rifondarla è compito della Politica con visione ed autorevolezza.

giovedì 15 novembre 2018

ALLA RICERCA DELLE RADICI, GIOVANNI MARIA ANGIOJ




Spunti di riflessione

Giovanni Maria Angioj fu protagonista della Rivoluzione sarda (Vespri Sardi 1794), contro i soprusi, i privilegi, i crimini, la devastazione culturale ed ambientale dei feudatari di casa Savoia.

Un patriota che seppe trovare la forza ed il coraggio di abbandonare gli affetti ed i vantaggi della propria collocazione sociale, per sostenere e guidare la lotta attiva per dare alla Sardegna una prospettiva di libertà e di autodeterminazione. Aspetti storici, culturali ed identitari che ancora tardano a trovare adeguati spazi nella formazione scolastica.

Non un cambiamento per il potere e nemmeno una rivoluzione di facciata, ma lotta per cambiare il destino della sua Terra e del suo Popolo.

mercoledì 14 novembre 2018

ALLA RICERCA DELLE RADICI, EMILIANO ZAPATA


Spunti di riflessione

Proponiamo ai lettori un post pubblicato da Gianluigi Scalas.

Quella messicana rappresenta la prima grande rivoluzione del ‘900. Un fenomeno di cambiamento sociale e culturale di grande rilevanza se contestualizzata, letta e analizzata liberamente, fuori dagli stereotipi e dalla superficialità con cui è stata tramandata. La Rivoluzione messicana anticipa altri importanti avvenimenti storico-rivoluzionari e si caratterizza per consegnarne la vittoria a chi si mostrerà più capace di interpretare soluzioni pratiche ai grandi problemi di quel tempo.

Anni di persistenza nella lotta in cui convergono diverse posizioni ideologiche contro l’ordine stabilito, l’autoritarismo delle imposizioni e per l’affermazione di un modello di civiltà autentico e condiviso. Un modello in cui il culto dell’esteriorità è sinonimo di decadenza ed in cui il denaro non è un fine, ma un mezzo. Un modello in cui la vita nella natura e nei valori profondi che essa insegna rappresentano la vera ricchezza da cui costruire una nuova e vincente prospettiva.     


mercoledì 7 novembre 2018

GIORNATA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE. MA ANCHE SUGLI UOMINI

È tempo di andare oltre la guerra dei sessi e di lottare contro tutte le violenze  












Il 25 novembre ricorre la “Giornata contro la violenza sulle donne”. Una ricorrenza importante che, con il passare del tempo, si rende ancora più necessaria per sensibilizzare l’opinione pubblica a manifestare il proprio “No” al femminicidio e ad ogni forma di violenza contro la donna.

Compito di ognuno è sentirsi parte di questo dovere e produrre stimoli alla riflessione. Allo stesso modo, è doveroso che ciascuno di noi non si limiti ad una visione passiva, ma alimenti una rinnovata volontà di conoscenza per valutare il fenomeno della violenza a 360°.

È solo così che si scopre una realtà più articolata. Solo nei primi sei 6 del 2018 si contano 44 femminicidi. Ma non basta: nello stesso periodo sono stati 90 i maschi che hanno perso la vita, sono stati feriti gravemente o hanno subito violenze fisiche da donne violente. Maschi nel ruolo di mariti, compagni, figli, anziani o minori.

Una situazione drammatica che nel 2017 ha causato 355 omicidi volontari. 240 di questi riguardano femminicidi e maschicidi (120 femmine e 120 maschi).

Subalternità, discriminazione e oppressione sono fatti oramai trasversali che dovrebbero indurre a manifestare oltre gli stereotipi. Il prossimo ed imminente 25 novembre non dovrebbe essere una guerra dei sessi, ma la “Giornata contro la violenza”, fisica, psicologica, sessuale, economica.

Claudia Giannotti

martedì 6 novembre 2018

QUEL NOIOSO CORDONE OMBELICALE


La Regione attaccata ad uno Stato in profonda crisi


La situazione politica italiana è grave e chi si è succeduto alla guida del Paese non ha mostrato l’umiltà di concertare scelte strutturali. La gente chiede lavoro, politiche rivolte ai giovani e alla terza età, sicurezza, città più vivibili. La risposta è: l’Italia che non cresce; la disoccupazione che aumenta; gli anziani che mantengono i figli. La sicurezza, intesa nel suo significato più ampio, non c’è. Persino curarsi è diventata una fredda concessione.

L’economia può affrontare le difficoltà e superarle, ma chi amministra risponde a logiche elettoralistiche. Se a questo si aggiunge la bassa efficienza della macchina amministrativa, l’incapacità di fare sistema e l’improduttività della spesa pubblica, si ottiene una rete dissipativa che intrappola tutti.

Responsabilità e merito non esistono; clientelismo e familismo continueranno a crescere finché rimarranno redditi da erodere.

Guardando alla Regione sarda, non si può che osservare come la politica economica sia incentrata sulla altalenante vertenza entrate con lo Stato e sui trasferimenti. Da sempre mantiene un rapporto di sudditanza elettorale, culturale, ed economica con uno Stato avviato nel buio della decadenza. Questo in un’Europa che ancora non rappresenta i popoli e le specialità, dove la moneta unica è il solo elemento considerato, non come mezzo ma come fine.

La Sardegna non può subire, deve trovare riferimenti più qualificanti. La crisi ha già comportato un drammatico impoverimento, non solo economico. Continueranno i tagli agli enti locali, ma nessuno accetta di creare condizioni autonome di sviluppo. Fare sistema, significa che ognuno deve contribuire a creare le condizioni per crescere, facendo perno su un nuovo Statuto e sulla combinazione dei fattori della produzione che non trascurino il plusvalore dell’identità e della lingua.

La Regione e gli enti locali non sono soggetti passivi, ma protagonisti di una nuova era tutta da scrivere e attuare. La parola “sovranità” ha un senso se non è solo uno slogan o mera definizione dei confini. 


Massimo Carboni




lunedì 5 novembre 2018

LA DROGA IN SARDEGNA: 16 MORTI IN 10 MESI


Aumentano i morti per droga rispetto all’anno precedente





Sedici morti in appena dieci mesi. Il tributo di sangue che la Sardegna versa alla droga è drammatico ed è aumentato rispetto agli anni precedenti. 

Dal primo gennaio al tre novembre sono stati sedici i decessi causati da overdose di sostanze stupefacenti. Il doppio di quelli registrati in Sicilia, che però conta il triplo dei soggetti a rischio per fascia d’età: tre milioni abbondanti contro uno.

La droga, dunque, è ancora un’emergenza e nonostante la cronaca spesso riporti notizie drammatiche che dovrebbero preoccupare chiunque quando si parla di diffusione degli stupefacenti, come quello del 18enne di Macomer ucciso da cinque coetanei per un debito di droga, nell’isola si continua a morire per overdose a un ritmo preoccupante. L’ultimo caso risale a venerdì ed è costato la vita a un 25enne di Iglesias.


I numeri. Li raccoglie il portale web “Geoverdose” riportando l’età della vittima, il tipo di droga che ha portato alla morte per overdose e le condizioni in cui si trovava al momento del decesso. In Sardegna la morte ha coinvolto nella maggior parte dei casi uomini (14) di nazionalità italiana e di età compresa tra i 24 e 57 anni che sono deceduti da soli e al chiuso. Le donne morte dopo l’assunzione di una dose sono 2, il 12,5 per cento del totale. In undici casi su sedici è stata l’eroina a causare l’overdose, segno che l’allarme sul ritorno prepotente della sostanza che si ottiene mescolando la morfina con l’anidride acetica ha purtroppo anche un rapporto diretto con le morti per overdose. Gli altri decessi sono stati causati da metadone non prescritto (2), cocaina (1), cocktail di droghe mischiate con alcol (1) ma anche sostanze che non è stato possibile individuare con certezza assoluta (1).

La diffusione. La gran parte dei decessi causati da overdose è stata registrata nella zona di Cagliati, in città e nelle vicinanze. Sono otto le morti avvenute nell’area metropolitana di Cagliari, sei in città – di cui tre nel quartiere di Is Mirrionis – e tre nei paesi limitrofi: Elmas, Assemini e Maracalagonis. In città per tre volte è stata l’eroina a causare la morte, un decesso è stato invece provocato dall’assunzione di metadone non prescritto mentre l’ultimo è stato causato da sostanze che non sono state individuate con certezza. È stata invece l’eroina a provocare la morte di due uomini di 27 e 39 anni a Maracalagonis e ad Elmas. Un altro caso è stato registrato a Uta e uno a Villasor mentre sono due quelli censiti a Iglesias. Risalendo l’isola verso nord si incontro a un caso ad Arborea, un ragazzo ospite di una comunità di recupero, e uno a Cabras che ha interessato una donna di 57anni, una delle due morte per overdose nell’ultimo anno. A Castelsardo è stato invece un uomo a trovare la morte dopo aver assunto una dosa fatale di eroina mentre l’altra donna morta per overdose è una straniera che si trovava a Olbia quando ha assunto un cocktail di droghe con alcol.

Fenomeno in crescita. Gli allarmi ormai suonano un po’ ovunque ma la sensazione è che il mercato della droga abbia fatto un balzo in avanti, per quanto riguarda la diffusione delle sostanze stupefacenti, e uno indietro, se si considera la diffusione dell’eroina che è ritornata a mietere vittime come accadeva decenni fa. Nel 2017, infatti, le morti per overdose censite in Sardegna erano state appena cinque: tre nel Cagliaritano, una a Carbonia e una Olbia. L’eroina è stata la protagonista di due morti, una era avvenuta dopo l’assunzione di cocktail di sostanze stupefacenti mentre due erano stata causata da droghe non definite. Nel giro di un anno, le morti sono triplicate e l’incidenza dell’eroina è stata determinante dato che ha causato 11 dei sedici decessi censiti sino al primo novembre che, purtroppo, rischiano di essere aggiornati nei due mesi finali dell’anno.

04 novembre 2018
Claudio Zoccheddu (La Nuova Sardegna)

sabato 3 novembre 2018

DOBBIAMO ESSERE PRINCIPALMENTE GENITORI DI NOI STESSI.



Esiste un concetto che non può essere tralasciato, né ridotto al materialismo: è l’ecologia.

Un concetto alto, romantico , sentimentale, che segna il rapporto equilibrato e relazionale tra esseri viventi. Non uno strumento freddo per allargare le maglie del consenso elettorale né per occupare spazi di potere, ma uno stile di vita, una missione dolcemente intrisa di sacralità.

Un concetto che non può e non deve sfuggire dalla trasversalità delle impostazioni convenzionali: non c’è destra e sinistra, ma solo auspicio di una visione organica e diffusa.

Una scelta rivoluzionaria che traccia il solco di un modello di civiltà in cui le radici, l’umiltà ed il rispetto, rappresentano l’unico futuro accettabile. Un crocevia di azioni che devono partire dalla maturazione di una coscienza capace di esprimere un nuovo modo di relazionarsi con l’unica perfezione esistente: la natura.

Dobbiamo essere genitori delle nostre famiglie e di noi stessi; essere attori di uno sviluppo incentrato nell’empatia e delle conseguenze armoniche che essa è in grado di generare. Una rivoluzione culturale e comportamentale che non esclude nessuno, né chi amministra, né chi gestisce, né i cittadini. Uno sconvolgimento dei costumi necessario per percorrere le strade tortuose e lacunose dell’energia; ciclo dei rifiuti; inquinamento atmosferico e risparmio idrico; tutela dei monumenti e salvaguardia del paesaggio; Ogm e prodotti tipici; pulizia degli arenili, del patrimonio verde e delle acque; interventi di protezione civile tra gli alluvionati, i terremotati, i profughi di guerra, i popoli affamati dell'Africa nera.

Ecologia come nuovo organico approccio alla Tradizione, alla vita, alla natura ed all’ambiente di cui siamo solo una parte, fatto di spazi aperti e fruibili, formativi e qualitativamente vivibili.

Massimo Carboni

venerdì 2 novembre 2018

GLI ALBERI NON CADONO PER CASO



La maggior parte dei comuni italiani non si è ancora dotata di piani urbanistici del verde e dei relativi piani manutentivi.

In mancanza di politiche per il verde urbano non ci si deve dunque stupire se gli alberi cadono e fanno danni e vittime, lasciati come sono all'incuria e alla improvvisazione delle operazioni colturali.

Tra gli amministratori è diffusa l'idea che gli alberi abbiano una funzione meramente decorativa e, in tale ottica, vengono spesso piantati alla rinfusa, secondo il personale intuito dell'assessore di turno, preferibilmente negli spazi più angusti, nelle aree di risulta, nei siti meno appetibili dalla speculazione edilizia e con l'utilizzo di specie incompatibili con gli ambiti urbani.

Capita così di vedere, anche diffusamente, alberi piantati sotto i balconi, o balconi costruiti sopra gli alberi, o in marciapiedi dove già è disagevole il passaggio dei pedoni e dove l'apparato radicale non trova sufficiente spazio per la sua normale espansione. In tali condizioni gli alberi crescono cercando, come possono,  di adattarsi all'ambiente circostante, assumendo un portamento non naturale compromettendo il loro equilibrio e la stessa stabilità.

In tale situazione anche la percezione dei cittadini ne risulta distorta: gli alberi non vengono più percepiti come parte integrante di un auspicabile ecosistema portatore di funzioni sociali, educative e ambientali, bensì come un fardello, un fastidioso e pericoloso ingombro.

1988, STRAGE IMPUNITA NELLE DOLOMITI

1988, Val di Fiemme, Cavalese località sciistica delle Dolomiti. È inverno, gli alberghi registrano “tutto esaurito”. I turisti viag...