domenica 24 marzo 2019

DOMINIO ASSOLUTO? MEGLIO RIAPPROPRIARCI DEL SENSO DEL LIMITE

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«Il limite non è una restrizione, ma ciò che ci fa essere». (Olivier Rey, La dismisura)


L’uomo è sempre stato attratto dalla dismisura, dall’oltrepassare il senso del limite. Non è un aspetto della modernità. Nella Tradizione si aveva, però, il senso del giusto e dell’ingiusto. La consapevolezza della pericolosità insita nel superamento del limite stesso. La società Tradizionale si prodigavano per contenere la tentazione dell’illimitatezza, la società moderna no. Anzi, vivono operando quotidianamente per rovesciare i limiti.

Il passaggio dalla visione Tradizionale a quella moderna, determina disordine e rompe con l’esigenza naturale dell’armonia. La Natura, in tutte le sue componenti, diventa oggetto di dominio incondizionato; interamente sottomessa al volere umano.

Non rispettare i limiti equivale a non rispettare il mondo, di cui siamo, invece, subalterni. Superare ogni limite è la risultante della maniacale volontà di produrre sempre di più. Una ossessione che ci rende tutti protagonisti di una creazione quantitativa slegata dai bisogni reali. Sovrapproduzioni quantitative destinate a cambiare irrimediabilmente noi stessi e ciò che ci circonda anche qualitativamente.  

Viviamo oltre ogni funzione e ogni finalità umana. Riappropriarci del senso del limite non può ridursi ad una imposizione o ad una mera conseguenza, ma ad un processo di maturazione intima e comunitaria. Aspetto difficile da realizzare, essendo noi stessi caduti nella trappola del conformismo e del consumismo e, quindi, dell’essere semplicemente funzionari della perversione del sistema che domina, privandoci di ogni spazio, compreso quello della forza rivoluzionaria della verità e della conoscenza più profonda.

«Uscire dall’astratto per riprendere coscienza del concreto, significa ridare forma all’informe». Andare oltre l’ottimismo forzato dalla nostra profonda radice culturale, è l’unica via possibile verso la riappropriazione della matrice che da un senso realistico alle leggi di Natura, alla sua profonda espressione sacrale, compresa la funzione del sacrificio e dei riti iniziatici. La Natura va conosciuta, non dominata. Del resto, non possiamo pretendere di superare i «deserti esteriori» se non impariamo a superare i nostri, quelli «ineriori». Uscire «dall’infinito nulla» per ridarci uno scopo, rispondere ai perché.

Massimo Carboni

venerdì 22 marzo 2019

IL DISINCANTO DEL MONDO

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«Il progresso scientifico è una frazione, e invero la frazione più importante, di quel processo di intellettualizzazione al quale sottostiamo da secoli e contro il quale oggi di solito si assume posizione in una maniera così straordinariamente negativa.

Rendiamoci conto, in primo luogo, di ciò che propriamente significa, dal punto di vista pratico, questa razionalizzazione intellettualistica a opera della scienza e della tecnica orientata scientificamente. Vuole forse significare che oggi noi altri abbiamo una conoscenza delle condizioni di vita nelle quali esistiamo, maggiore di quella di un Indiano o di un Ottentotto? Ben difficilmente.
Chiunque di noi viaggi in tram non ha la minima idea – a meno che non sia un fisico di professione – di come esso fa a mettersi in movimento; e neppure ha bisogno di saperlo. Gli basta di poter «fare assegnamento» sul modo di comportarsi della vettura tranviaria, ed egli orienta il suo comportamento in base a esso; ma non sa nulla di come si faccia per costruire un tram capace di mettersi in moto. Il selvaggio ha una conoscenza incomparabilmente migliore dei propri utensili. [...]

La crescente intellettualizzazione e razionalizzazione non significa dunque una crescente conoscenza generale delle condizioni di vita alle quali si sottostà. Essa significa qualcosa di diverso: la coscienza o la fede che, se soltanto si volesse, si potrebbe in ogni momento venirne a conoscenza, cioè che non sono in gioco, in linea di principio, delle forze misteriose e imprevedibili, ma che si può invece – in linea di principio – dominare tutte le cose mediante un calcolo razionale. Ma ciò significa il disincantamento del mondo.

Non occorre più ricorrere a mezzi magici per dominare gli spiriti o per ingraziarseli, come fa il selvaggio per il quale esistono potenze del genere. A ciò sopperiscono i mezzi tecnici e il calcolo razionale. Soprattutto questo è il significato dell’intellettualizzazione in quanto tale. Ma questo processo di disincantamento, proseguito per millenni nella cultura occidentale, e in generale questo «progresso», del quale la scienza costituisce un elemento e una forza motrice, ha un qualche senso che vada al di là del piano puramente pratico e tecnico? Questa domanda la trovate formulata in termini fondamentali soprattutto nelle opere di Lev Tolstoj. Egli vi è pervenuto attraverso una via a lui peculiare. Il suo problema centrale si rivolgeva in misura crescente alla questione se la morte fosse un fenomeno dotato di senso oppure no. E la sua risposta è che per l’uomo civilizzato non lo è. E non lo è perché la vita individuale dell’uomo civilizzato, inserita nel «progresso», nell’infinito, non potrebbe avere, per il suo senso immanente, alcun termine. Infatti c’è sempre ancora un progresso ulteriore da compiere dinanzi a chi c’è dentro; nessuno, morendo, è arrivato al culmine, che è posto all’infinito.

Abramo o un qualsiasi contadino dei tempi antichi moriva «vecchio e sazio della vita» poiché si trovava nel ciclo organico della vita, poiché la sua vita, anche per quanto riguarda il suo senso, gli aveva portato alla sera del suo giorno ciò che poteva offrirgli, poiché per lui non rimanevano enigmi che desiderasse risolvere ed egli poteva perciò averne «abbastanza». Ma un uomo civilizzato, il quale è inserito nel processo di progressivo arricchimento della civiltà in fatto di idee, di sapere, di problemi, può diventare sì «stanco della vita», ma non sazio della vita. Di ciò che la vita dello spirito continuamente produce egli coglie soltanto la minima parte, e sempre soltanto qualcosa di provvisorio, mai di definitivo: perciò la morte è per lui un accadimento privo di senso. E poiché la morte è priva di senso, lo è anche la vita della cultura in quanto tale, che proprio in virtù della sua «progressività» priva di senso imprime alla morte un carattere di assurdità. Ovunque, nei suoi ultimi romanzi, quest’idea costituisce il motivo fondamentale dell’arte di Tolstoj. […]

Oggi il modo di sentire soprattutto della gioventù è l’opposto: le costruzioni concettuali della scienza sono un mondo sotterraneo di astrazioni artificiali che cercano, con le loro mani esangui, di cogliere il sangue e la linfa della vita reale, senza però mai riuscirci. Qui nella vita, in ciò che per Platone costituiva il gioco d’ombre sulle pareti della caverna, pulsa la vera realtà: tutto il resto sono fantasmi tratti da essa e privi di vita, e nient’altro. Come si è compiuta una tale svolta? L’appassionato entusiasmo di Platone nella Repubblica si spiega, in ultima analisi, con il fatto che allora per la prima volta si era scoperto consapevolmente il senso di uno dei grandi strumenti di ogni conoscenza scientifica: il concetto. Esso è stato scoperto, in tutta la sua portata, da Socrate. Non da lui soltanto al mondo: in India potete trovare inizi analoghi di una logica come quella di Aristotele. Mai però con questa coscienza della sua importanza.

Qui per la prima volta sembrò disponibile uno strumento con il quale si poteva costringere chiunque nella morsa della logica, in modo da non lasciarlo uscire senza ammettere o di non saper nulla o che questa e non altra è la verità, l’eterna verità, che non può mai perire come invece passano l’agire e l’indaffararsi degli uomini ciechi. Fu questa la straordinaria esperienza che capitò ai discepoli di Socrate. E da ciò sembrava conseguire che, se solo si fosse trovato l’esatto concetto del bello, del buono, o anche del coraggio, dell’anima, e via dicendo, si potrebbe cogliere anche il suo vero essere, e ciò sembrava di nuovo aprire la via per sapere e per insegnare come agire correttamente nella vita, soprattutto come cittadino. A questa questione, infatti, tutto riportava la mentalità eminentemente politica dei Greci. Perciò si coltivava la scienza.

Accanto a questa scoperta dello spirito greco si presentava, come prodotto dell’età del Rinascimento, il secondo grande strumento del lavoro scientifico, l’esperimento razionale, come mezzo di un’esperienza controllata in maniera affidabile, senza il quale la scienza empirica moderna sarebbe impossibile. Anche in precedenza si era fatto ricorso all’esperimento: nella fisiologia, per esempio, in India, al servizio della tecnica ascetica yoga; nella matematica, tra gli antichi Greci, per scopi di tecnica bellica, e nel Medioevo a scopi estrattivi. Ma aver innalzato l’esperimento a principio della ricerca in quanto tale è un contributo proprio del Rinascimento. Gli aprirono la strada i grandi innovatori nel campo dell’arte: Leonardo e i suoi pari, e in modo caratteristico soprattutto gli sperimentatori nella musica del Cinquecento con i loro clavicembali sperimentali. Da questi l’esperimento passò nella scienza soprattutto a opera di Galilei, e nella teoria a opera di Bacone; in seguito lo adottarono le scienze esatte nelle università del continente, in primo luogo in Italia e in Olanda. […]

Se rammentate il detto di Swammerdam «vi reco qui la prova della provvidenza di Dio nell’anatomia di un pidocchio» , potete vedere ciò che il lavoro scientifico, sotto l’influenza (indiretta) del Protestantesimo e del Puritanesimo, considerasse allora come proprio compito: la via per giungere a Dio. Questa via non la si trovava più nei filosofi, nei loro concetti e nelle loro deduzioni: che non si potesse trovare Dio per la via per la quale lo aveva cercato il Medioevo, ben lo sapeva tutta la teologia pietistica di quel tempo, Spener soprattutto.

Dio è nascosto, le sue vie non sono le nostre vie, i suoi pensieri non sono i nostri pensieri. Ma nelle scienze esatte della natura, dove si poteva cogliere fisicamente la sua opera, là si sperava di rintracciare le sue intenzioni riguardo al mondo. E oggi? Chi crede oggi ancora – all’infuori di alcuni grandi fanciulli, quali si possono trovare proprio nelle scienze della natura – che le conoscenze dell’astronomia o della biologia o della fisica o della chimica possano insegnarci qualcosa sul senso del mondo, o anche soltanto sulla via per la quale si possa rintracciare un tale «senso», dato che ce ne sia uno? Esse sono semmai adatte a soffocare alla radice la fede che vi sia qualcosa come un «senso» del mondo! E, finalmente, la scienza come via per arrivare «a Dio»? Essa, la potenza specificamente estranea alla divinità? Che tale essa sia nessuno può oggi dubitarne nel suo intimo, che lo ammetta oppure no. La liberazione dal razionalismo e dall’intellettualismo della scienza costituisce il presupposto fondamentale della vita in comunione con il divino: questa, o qualcosa di significato identico, è una delle parole d’ordine che si ritrovano ovunque nel modo di sentire dei nostri giovani credenti o che aspirano a un’esperienza religiosa. E ciò vale non soltanto per l’esperienza religiosa, ma per l’esperienza vissuta in generale. Ma la via che viene imboccata è paradossale: si eleva ora alla coscienza e si sottopone alla sua lente proprio l’unica cosa che l’intellettualismo non aveva ancora toccato, cioè proprio le sfere dell’irrazionale. A ciò perviene infatti, in pratica, il moderno romanticismo intellettualistico dell’irrazionale. Questa via per liberarsi dall’intellettualismo produce il risultato esattamente opposto a quello che si prospettano come fine coloro i quali la percorrono. – Che infine, con ingenuo ottimismo, si sia celebrata la scienza, ossia la tecnica per il dominio della vita che ha il suo fondamento nella scienza, come la via per giungere alla felicità, posso ben trascurarlo dopo la critica distruttiva di Nietzsche a quegli «ultimi uomini» i quali «hanno trovato la felicità» . Chi ci crede più, all’infuori di alcuni grandi fanciulli sulle cattedre o nei comitati di redazione? Ritorniamo al nostro discorso.

Quale è, dati questi presupposti intrinseci, il senso della scienza come professione, dal momento che tutte queste illusioni precedenti – «la via al vero essere», «la via alla vera arte», «la via alla vera natura», «la via al vero Dio», «la via alla vera felicità» – sono naufragate? La risposta più semplice l’ha data Tolstoj con queste parole: «Essa è priva di senso perché non dà alcuna risposta alla sola domanda importante per noi: che cosa dobbiamo fare? come dobbiamo vivere?» Il fatto che essa non dia questa risposta è assolutamente incontestabile. La questione è solamente in quale senso non dia «nessuna» risposta, e se in luogo di questa non possa per caso dare un qualche aiuto a chi si ponga la questione in termini corretti.  

Oggi si parla spesso di una scienza «senza presupposti». Ce n’è una? Dipende da ciò che s’intende. In ogni lavoro scientifico si presuppone sempre la validità delle regole della logica e della metodologia, di questi fondamenti generali del nostro orientamento nel mondo. Ma questi presupposti sono, per quanto riguarda la nostra particolare questione, per lo meno problematici. Si presuppone inoltre che il risultato del lavoro scientifico sia importante nel senso di essere «degno di essere conosciuto». E qui hanno chiaramente la loro radice tutti i nostri problemi. Infatti questo presupposto non può essere a sua volta dimostrato con i mezzi della scienza. Può essere soltanto interpretato nel suo senso ultimo, che si dovrà poi respingere oppure accogliere a seconda della propria presa di posizione ultima di fronte alla vita. »

(Max Weber, La scienza come professione, traduzione di Pietro Rossi, Torino, Einaudi)

venerdì 8 marzo 2019

LA GIOIA DELLA RELAZIONE PER SUPERARE LA TRISTEZZA DELLA SUPERIORITÀ MASCHILE




Incapaci di generare vita, gli uomini hanno sempre ricercato ed esercitato il potere, non solo tra di essi, ma con tutto ciò che li ha circondati e perfino con ciò di cui sono una componente marginale: la natura. Ma, è nei confronti della donna che hanno costruito la più marcata separazione dei ruoli: la donna relegata alla procreazione, alla crescita dei figli, fuori dal ruolo propriamente comunitario.

È sempre stato così, seppure con le dovute differenze, dipendenti da rari ambienti identitario-culturali: come la Sardegna.

Gli uomini hanno avocato a se stessi  il ruolo di cacciatori; di militari per l’esercizio del dominio; nei rapporti con gli dei, ricavandosi ruoli da protagonista nei miti e nelle narrazioni; nella storia e nella cultura; con l’uso del denaro. Alla donna, invece, è rimasto l’essere espressione strumentale della natura.

L’uomo da sempre modellato per fare la storia da protagonista, ha così rimarcato la superiorità nei confronti della donna. Lo ha fatto anche con la violenza: psicologica e fisica; dentro e fuori le mura di casa.

All’origine di questa cultura vi è la mancanza di amicizia tra i generi; la prepotenza di chi non vuole scoprire la forza che c’è nell’altro.

Riflettere induce a scoprire quanta differenza ci sia ancora tra i generi, ben più marcata di quella che c’è stata tra le classi sociali. Una sottomissione visibile che sfocia anche nello sfruttamento, fino alla riduzione in schiavitù.

Ancora oggi, assistiamo - spesso avvolti in una coltre di ipocrisia – alla negazione dell’essere e del diritto di libertà. Accade ogni qualvolta vediamo una donna oscurata da un burca; resa anonima da uno chador. Ma, anche quando accettiamo matrimoni combinati, persino con bambine. Sorvoliamo o al massimo ci indigniamo perché abbiamo imparato a tollerare ciò che non è tollerabile: “perché è nella loro cultura”. Ma, chi ha imposto quella cultura se non gli stessi uomini a danno delle donne.  Sono le stesse donne che, da vedove, si consegnano al clan familiare per essere ulteriormente relegate ad altre forme di subordinazione. Desiderio, progetto, aspirazione, creatività sono espressioni a loro negate.

Aspetti non dissimili dalla condizione delle donne che fuggono dalla gabbie della povertà verso gli ambienti dell’opulenza ingrata. Dove, private dei loro affetti più cari, assistono gli anziani o i bambini altrui. Che dire di coloro che affogano le loro aspirazioni nei marciapiedi delle nostre strade: dove assumono le vesti della merce, in uno squallido mercato in cui il denaro è diventato l’unico generatore di valore.  Affetti, sentimenti, memorie, rimpianti, futuri immaginati e sognati sono tutti vissuti privati di valore: infinitamente subalterni al preponderante ed incondizionato egoismo dell’epoca postmoderna.

Tutto questa abissale e mortificante contraddizione finirà, ma solo quando l’uomo comprenderà che non è colui che è chiamato a dominare, ma a relazionarsi. Perché, come sostiene Professor Umberto Galimberti, «se non si arriva a catturare questo segreto e quindi a scoprire che cos’è davvero il femminile, non ci resta che il ricorso agli antidepressivi o all’alcool o alla droga, perché non c’è gioia nell’io e nella sua esasperata autoaffermazione, ma solo nella relazione che è il linguaggio tipico della donna, di cui l’uomo, fatta eccezione per rari casi, deve ancora imparare l’alfabeto».


Massimo Carboni

mercoledì 6 marzo 2019

MATURITÀ, COME CAPACITÀ DI REGGERE LE PROVE

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Maturità. Una parola che fino a qualche anno fa nominava gli esami che concludono il ciclo della scuola secondaria superiore che ora è stata abolita e, con essa quella sorta di rito di iniziazione che la caratterizzava.

Ci siamo così definitivamente congedati dall´ultima traccia di quella pratica antichissima, l´iniziazione, che l´umanità, fin dai suoi albori, ha sempre conosciuto e ritualizzato in pratiche, spesso dolorose e cruente, volte ad appurare l´idoneità di un adolescente ad essere introdotto nella comunità degli adulti.

Accanto alla maturità, c´era, per i maschi, quell´altro rito iniziatico che era il sevizio militare. Ma l´abolizione della leva obbligatoria ha soppresso anche questo rito, che segnava il congedo dalla protezione delle cure genitoriali e l´ingresso in quella dimensione non protetta che è la vita adulta, chiamata a determinarsi da sé.

Risultato? Il prolungarsi dell´adolescenza a tempo indeterminato, con il grave disagio di chi si trova a fare l´adolescente senza più esserlo, con forti spunti di autonomia e indipendenza psicologica che, non avendo dove esprimersi, si traducono in quelle forme di ribellismo e di insofferente rivendicazione di indipendenza che i genitori sono soliti subire tacendo per evitare il peggio. Ne valeva la pena?

Un tempo gli esami di maturità avvenivano di fronte a una commissione esterna: professori sconosciuti che esaminavano studenti sconosciuti. Prima grande prova di oggettività, dove, senza protezione, uno studente verificava, oltre al suo sapere e alla capacità di comunicarlo, anche la sua solidità psicologica, la capacità di controllare il suo stato emotivo di fronte ad estranei, in una parola: il governo di sé. Che tutto questo fosse presente in quella prova, se non vogliamo ammetterlo razionalmente, ce lo ricorda il nostro inconscio con quei sogni ricorrenti (dove non si supera l´esame di maturità) che fanno la loro comparsa ogni volta che nel corso della vita il nostro stato emotivo è fuori controllo e l´ansia circa la nostra identità e il nostro bisogno di riconoscimento si fanno incerti e precari.

Dal momento che la vita adulta non ci risparmia queste prove d´oggettività, come sanno tutti i giovani che per la prima volta si presentano a un colloquio di lavoro, perché la scuola li esonera da questa prova, quando la vita poi, implacabilmente, li sottoporrà? Perché non incominciare dalla quinta elementare e poi alla terza media, e infine con l´esame di maturità a creare le condizioni che consentono di verificare le proprie capacità in un rito, gli esami, non protetto dalla conoscenza, dalla comprensione, dall´indulgenza, che sono virtù se applicate a chi è socialmente o psicologicamente svantaggiato, ma diventano danni gravissimi per chi, senza svantaggi socio-psicologici, non è mai messo alla prova, perché i debiti scolastici non sono mai pagati, e i crediti si accumulano con quelle attività extra-scolastiche che oggi entrano nel computo della valutazione, o con quelle tesine scaricate da Internet che sono puri attestati di incompetenza e ignoranza?

E poi quasi tutti promossi (anche se durante l´anno si è studiato con una media di un´ora al giorno) per evitare ricorsi, fastidi, demotivazioni, abbandoni, sostenuti, in questo trend di progressivo lassismo, da quella ignorantissima "psicologia comprensiva" che, dello sviluppo psichico dell´adolescenza, non conosce neppure l´abbiccì. Sì, perché è noto a tutti che i giovani hanno un bisogno enorme di verificare il proprio valore, le proprie capacità, la propria forza, il proprio coraggio, e se la scuola non gliene dà l´occasione, cercheranno altrove, negli stadi, nelle corse spericolate in macchina, nei percorsi della droga, in prove estreme al limite del suicidio, di praticare quei riti iniziatici di morte e rinascita, a cui la scuola si è colpevolmente sottratta. E come l´adolescente, per uscire dall´infanzia ed entrare nell´esuberanza sessuale, ha bisogno di quei riti iniziatici che si esprimono, anche se in modo maldestro, nei processi di socializzazione, dove la parola dell´amico conta mille volte di più di quella dei genitori, così il giovane, per diventare adulto, deve passare per quel rito iniziatico, dove muore l´adolescente protetto che è in lui, e nasce il giovane che guadagna la sua autonomia solo se sa sostenere prove senza protezione, dove in gioco è la sua capacità di superarle o di reggerne la sconfitta. Perché anche reggere la sconfitta è una prova di maturità.

Gli esami attuali, dove gli studenti sono giudicati dai loro stessi insegnanti, sono la negazione di questo banco di prova. E quando a un giovane io ho tolto la possibilità di verificare il suo valore e quindi la sua identità, gli ho tolto un passaggio psicologico di fondamentale importanza, che nessuna gratuita promozione è in grado di compensare perché a quella promozione è lo studente stesso a non dare alcun valore. E così, non allenato a scuola da prove oggettive, senza preparazione a superare prove, lo si consegna, sguarnito perché non allenato, alle prove della vita, la cui selezione tutti conosciamo essere più crudele di quella scolastica.

"Maturità" non vuol dire saggezza, ponderazione, equilibrio o addirittura invecchiamento precoce, maturità vuol dire capacità di superare le prove per reperire la propria identità, così come capacità di reggere le sconfitte senza depressione e abbandono. Siccome la vita adulta questo ci chiede, perché non incominciare ad allenarsi nella vita scolastica, dove tutto è ancora recuperabile, dal momento che la scuola non ha quei tratti di inesorabilità che invece sono propri della vita?

Umberto Galimberti

martedì 5 marzo 2019

SAMORA MACHEL E GLI EFFETTI DEL CAPITALISMO PIRATA IN AFRICA



«Il fenomeno migratorio, nei secoli, è servito sempre ai potenti per depotenziare gli oppressi. “La tua terra è feccia, povera, vai via” nel mentre loro saccheggiano tesori e dignità, salvo schiavizzare l’indigeno nei loro paesi. L’immigrazione era prima un’arma dei coloni, oggi del capitalismo coloniale, con in testa il mito dell’emigrazione la nostra lotta non sarebbe mai nata».

Queste erano le parole di Samora Machel, leader del movimento socialista Fronte di Liberazione del Mozambico, nonché compagno e vera guida politico-spirituale dei Mozambichesi. Perché ricordare queste parole profetiche oggi? In un’epoca dove il fenomeno migratorio è sottoposto a loschi interessi ed è diventato di fatto un appannaggio vero e proprio del capitale che lucra sulla pelle di disgraziati – togliendo ad essi ogni dignità oltre che spesso una sopravvivenza in un estenuante viaggio in mare in condizioni disumane – è necessario ricordare quanto tali leader africani sostenevano riguardo al neocapitalismo. Il tutto in un periodo in cui le classi corrotte di certe oligarchie africane mantenevano il popolo in uno stato di piena indigenza e dove questa sostituzione alle vecchie potenze coloniali non aveva cambiato una situazione diventata anche a taluni tratti peggiore dopo la dipartita degli europei dall’Africa.

Michael Samora, alla pari di altri combattenti e compagni africani come Patrice Lumumba, Nelson Mandela e Thomas Sankara, era cosciente che il cambiamento doveva avvenire per mano di una necessaria lotta di classe contro la classe dominante portoghese che sfruttava la forza lavoro della propria terra per i propri interessi. Egli si interessò di dottrina marxista al fine di comprendere meglio come il lavoratore fosse sfruttato dal capitale, e, nel contesto africano, vi fosse inoltre anche un profonda disuguaglianza dal punto di vista razziale.

Samora, dopo un esilio forzato in Tanzania fondò in loco il FRELIMO, Il Fronte di Liberazione del Mozambico (in portoghese Frente de Libertaçao de Moçambique). A partire dal 1964 condusse un’intensa lotta armata contro il governo coloniale portoghese, arrivando a compiere azioni di sabotaggio allo scopo di indebolire la presenza militare portoghese in Mozambico. Il FRELIMO venne appoggiato e finanziato anche da Unione Sovietica, Cuba, Cina e Jugoslavia durante la guerra d’indipendenza.  Nel 1970 Samora riuscì a diventare il leader del FRELIMO, prefissandosi l’obiettivo di trasformare la propria lotta armata in un nuovo Paese indipendente e autosufficiente.

Il Mozambico ottenne l’indipendenza nel 1975 dopo dieci anni di guerra, anche con il contributo della Rivoluzione dei Garofani che rovesciò il regime dell’’Estado Novo, facendo perdere di conseguenza al governo il controllo delle colonie. Samora divenne il Primo Presidente del Mozambico il 25 giugno 1975.  Egli iniziò un programma di nazionalizzazione dell’agricoltura e puntò alla crescita delle condizioni sociali del suo popolo, facendo costruire case, scuole e ospedali e facendo tutto il possibile affinché il Mozambico fosse un paese prospero dal punto di vista sociale ed economico.

Non mancarono tuttavia le relazioni con l’Unione Sovietica e l’appoggio alle organizzazioni marxiste africane che combattevano l’apartheid in Rhodesia – l’attuale Zimbawe – e in Sudafrica come l’African National Congress di Mandela. Samora era strenuamente convinto che anche dopo la dipartita degli europei l’Africa sarebbe stata sfruttata da uomini senza scrupoli, pure nati nel continente africano, ma che facevano di fatto i prestanome del neocolonialismo, dove al posto degli ex stati colonizzatori subentrarono le multinazionali, che miravano a prendere il controllo dei mercati alimentari.

Egli era cosciente della mancanza di solide basi per far partire uno sviluppo economico, e che di fatto gli ex colonialisti avrebbero approfittato di questo al fine di controllare e poi di influenzare la politica economica africana. Oggi ne possiamo vedere le conseguenze, dove diversi paesi africani si trovarono indebitati, nel contesto di  programmi di aiuti e finanziamenti che alla fine contribuirono ancora di più a rafforzare gli interessi di tali multinazionali europee oltre che di talune corrotte elite locali che esercitavano il potere politico prima competente al colonialismo.

Questa dipendenza finanziaria finì per indebolire ancora di più le nazioni africane, portandole a livelli bassissimi dal punto di vista della crescita economica e della qualità della vita. I fenomeni migratori furono l’estrema conseguenza di tutto ciò. E anche  su questo il capitalismo trasse vantaggio, sfruttando la manodopera africana ad un costo bassissimo, arricchendo ancora di più le classi ricche a discapito di quelle povere.  Anche per questo motivo Samora si fece non pochi nemici, sia interni che esterni, che vedevano la sua denuncia delle disuguaglianze sociali e la sua voglia di indipendenza totale del suo popolo come una minaccia alle proprie mire in campo finanziario ed economico.

Samora dovette anche affrontare le fasi iniziali di una guerra civile tra FRELIMO e gli oppositori anticomunisti di quest’ultimo riuniti nella Resistenza Nazionale Mozambicana (in portoghese: Resistência Nacional Moçambicana – RENAMO) e dovette far fronte al problema del sostentamento economico del proprio paese causato dagli attacchi del RENAMO contro la popolazione civile.

La sua popolarità presso la popolazione nonché la strenua lotta contro il neocolonialismo a sostegno delle popolazioni africane sfruttate che gli portava avanti gli consentì il Premio Lenin per la Pace, un allora risposta sovietica al Premio Nobel. Un incontro importante fu quello di Samora con Margot Honecker ,Ministro dell’Istruzione Popolare della Repubblica Democratica Tedesca nonché consorte del Presidente del Consiglio di Stato della Repubblica Democratica Tedesca Erich Honecker avvenuto nel marzo 1983 a Berlino Est.

Samora perì in un incidente aereo occorso il 19 ottobre 1986, sulla via del ritorno verso il Mozambico, mentre tornava da un meeting internazionale che si tenne in Zambia. Il Tupolev sovietico dove egli si trovava precipitò sui monti Lemombo, in territorio sudafricano, a poca distanza dal confine con il Mozambico. Venne condotta un’inchiesta ufficiale che comportò la responsabilità dell’incidente all’equipaggio stesso, in quanto non si sarebbero rispettate in maniera regolare le procedure di atterraggio.

La vedova di Samora, Graça Machel – che diventerà più tardi moglie di Nelson Mandela – non credette a tale inchiesta così come buona parte della popolazione del Mozambico, incolpando il governo sudafricano dell’Apartheid per l’incidente. Lo stesso Nelson Mandela anni più tardi compì un’ulteriore inchiesta a riguardo, la quale fece trapelare molti dubbi. Non era un segreto, d’altronde, che Samora fosse un personaggio scomodo al governo sudafricano, in quanto sostenitore dell’ANC e comunista.

Il coraggio di Machel Samora ancora oggi dev’essere un punto di riferimento nella lotta all’oppressione imperialista e nella critica allo sfruttamento delle popolazioni africane. Il suo operato può restare ancora un modello ideologico, nel contesto della lotta di classe da contrapporsi a tale schiavismo, che oggigiorno impedisce un’emancipazione decisa dei popoli nelle loro terre. Ma certa sinistra nostrana, cresciuta anticamente a pane e marxismo, sembra essersi dimenticata tutto questo.

Lorenzo De Min (Primato Nazionale)

1988, STRAGE IMPUNITA NELLE DOLOMITI

1988, Val di Fiemme, Cavalese località sciistica delle Dolomiti. È inverno, gli alberghi registrano “tutto esaurito”. I turisti viag...