domenica 27 gennaio 2019

SE È VERO CHE IL SUD È ARRETRATO NON È PER CASO



Centocinquant'anni di unità d'Italia richiedono un’analisi approfondita sullo squilibrio economico ad oggi esistente tra le due Italie, Nord e Sud.

Centocinquant'anni fa il Nord uni l'Italia ricorrendo ad un autentico massacro dei cosiddetti briganti che vivevano al sud. Furono istituiti veri e propri lager dove vennero trucidati centinaia di briganti con annesse famiglie e parentela. Si diceva allora che l'unità d'Italia era imprescindibile e il fine ultimo della missione avrebbe dovuto superare ogni mezzo usato per ottenere lo scopo.

I garibaldini salirono dalla Sicilia per unificare il tacco dello stivale alla testa, per unire i piedi al resto del corpo. Censimenti successivi stabilirono che i garibaldini erano al soldo dello Stato del Nord e che tra loro militvano i peggiori delinquenti.

Furono depredate le banche del Sud per rimpinguare le esauste banche settentrionali, questo non lo si stabili all'inizio del processo della spedizione dei mille ma fu una conseguenza nata a processo già in atto.

È da allora che nacque, o forse aumentò, in maniera esponenziale lo squilibrio economico.

Il Sud liberato nacque malato e la malattia divenne endemica a causa di una tassazione eccessiva operata dallo Stato centrale nei confronti delle popolazioni liberate. Furono le seguenti manovre economiche ispirate ad un liberismo economico cieco e indiscriminato. Si volle attuare una chiara politica coloniale tesa allo sfruttamento intensivo delle poche cose buone affinché il Nord potesse integrarsi con le regioni ricche dell'Europa. Il divario si fece via via più grande.

Nello stesso apparato politico centrale l'ottanta per cento dei votanti risiedeva al nord, non esisteva il suffragio universale e il voto era una questione di censo, come poter decidere sul tuo futuro se non hai la possibilità materiale di dire la tua? 

Dice un saggio che se uno squilibrio dura pochi anni è uno squilibrio congiunturale, se dura CENTOCINQUANTANNI allora è uno squilibrio progettato e voluto.


La Germania ha speso cinque volte tanto l’Italia per ridurre il gap esistente dopo la caduta del muro di Berlino e la conseguente riunificazione. Durante l'immigrazione di massa alla volta dell'America gli armatori del Nord furono finanziati due volte: una prima volta dallo Stato centrale e una seconda volta dalle popolazioni del Sud che disperate vendevano i loro pochi averi per inoltrarsi nel viaggio della speranza. Censimenti successivi dimostrarono che il flusso migratorio era costituito per un buon novanta per cento da genti del Sud.

Nei primi cinquant'anni del novecento non c'erano scuole al Sud e i migliori intellettuali dovevano emigrare qualora avessero voluto concludere gli studi, e immigrando perdevano la memoria dei loro luoghi natii secondo il processo psicologico che porta la vittima ad identificarsi con il carnefice.

Se una persona immigra da un posto desolato in un altro ricco e pieno di possibilità, si crea il processo di lobotomia mentale che porta a scordarsi le condizioni mentali in cui si trovava durante la partenza.

Durante il periodo degli anni sessanta affluirono tantissimi soldi per la ricostruzione del Sud. Nacquero le cosiddette "cattedrali del deserto". I soldi per finanziare il progetto di riduzione del gap arrivarono dalla politica, dall'amministrazione centrale, tuttavia, i soldi, vennero spesi per comprare macchinari obsoleti da industrie del nord. Quindi, i soldi calarono al Sud e presto risalirono al Nord. Il problem solving della cassa del mezzogiorno falli proprio per questo motivo.

Quando si parla di cervelli in fuga si parla di una maggioranza di persone che vivono al Sud. Del resto, che possibilità di crescita potrebbero avere nella loro desolata terra? Rimanendo nel proprio deserto avrebbero solo la certezza di morire di “sete”.

Nei giorni nostri, certa politica, continua a divulgare motti come: "i meridionali stanno cosi perché se la sono cercata, perché sono pigri e indolenti”. Quando si commettono lavaggi del cervello; quando dalla storia si omettono fatti importanti e decisivi per descrivere certi eventi, è allora che si verifica un presente corrotto dal passato dimenticato. Capire l'origine del gap storico tra Nord e Sud potrebbe portare a nuove verità, a nuovi tentativi di rivitalizzare il Sud, questa volta fatti senza un giro sporco di soldi, senza malafede di sorta.


Cristian Melis

venerdì 25 gennaio 2019

I NUMERI DELLA FOLLIA UMANA






Vivere alla giornata, in una dimensione effimera, senza ideali. C’è chi se ne frega del futuro perché non lo vivrà o perché non lo percepisce prossimo; chi è troppo impegnato a fare soldi ed a spenderli.

Abbiamo impostato, accettato, sostenuto un sistema politico che non consente una programmazione ed una gestione saggia, né di salvaguardia dell'ambiente, né di rispetto per ogni essere umano e per la natura, né di solidarietà e cooperazione. Questo sistema, riesce solamente a cucire delle pezze nel breve periodo, quasi sempre malamente e comunque evidentemente inefficaci.

POPOLAZIONE UMANA

La specie umana è composta di circa 6,5 miliardi di persone, di cui 1,3 miliardi vivono nel Nord, nei paesi industrializzati, e 5,1 miliardi vivono nel Sud, ovvero in paesi poveri o "in via di sviluppo".
1,6 miliardi di queste persone vivono in condizioni peggiori di 15 anni fa. 1,4 miliardi, ovvero il 25% della popolazione mondiale, vive al di sotto dei livelli di povertà.

Un essere umano su quattro fa fatica a trovare cibo e acqua. Sono uomini, donne e bambini che muoiono per una sciocchezza o stentano a sopravvivere nella assoluta miseria.

Sappiamo che 1,3 miliardi di essi hanno meno di un dollaro al giorno per vivere. Di questi sappiamo che 110 milioni vivono in America, 970 milioni in Asia, 200 milioni in Africa e 20 milioni in Europa.
 
RICCHEZZA E POVERTA'

Sul nostro pianeta iperindustrializzato, iperconnesso, iperinformato, iperprogredito ci sono ancora 1 miliardo di persone che sono analfabete e di queste 600 milioni sono donne.

Ancora 1 miliardo di persone vivono senza acqua potabile. Non sentono la mancanza di una birretta o uno spritz o una redbull ... non hanno acqua da bere. 800 milioni di persone soffrono di denutrizione cronica. Di queste, 200 milioni sono bambini minori di cinque anni: di questi ne muoiono 11 milioni ogni anno. Mezzo miliardo di donne vivono in povertà assoluta. 89 paesi versano in una situazione peggiore di 10 anni fa. 70 paesi hanno entrate inferiori a quelle che avevano negli anni '60 e '70. Nel Sud c'è una media di 1 medico ogni 6mila persone, mentre nel Nord la media è di 1 ogni 350 persone. Basterebbero 6 miliardi di dollari come costo addizionale per ottenere l'accesso universale ai servizi sociali di base in tutti i paesi in via di sviluppo. Mentre solo negli USA in un anno si spendono 8 miliardi di dollari in spese per cosmetici.

In Europa spendiamo 11 miliardi solo in gelati. Ogni anno per il cibo prelibato che diamo ai nostri cani e gatti spendiamo 17 miliardi tra Europa e USA. Sempre in Europa si spendono 50 miliardi/anno in sigarette. In Europa beviamo alcoolici per 105 miliardi/anno. Ci massacriamo la salute e arricchiamo la malavita mondiale spendendo 400 miliardi/anno per droghe stupefacenti nel mondo.

Mentre basterebbero 9 miliardi di dollari per dare acqua bevibile e risanamento a tutti i cittadini del mondo che oggi non l'hanno, spendiamo in armi 780 miliardi di dollari.

Senza pensare che non avendo fatto carico nel modo giusto di tutti questi problemi spiattellati in nude e crude cifre, quei milioni di profughi presto diventeranno miliardi, visto che la situazione, senza intervenire in modo serio, non è sanabile, ma destinata a peggiorare. Questo è il curriculum vitae del genere umano.

C'è qualcosa che non riguarda i soldi e come vengono spesi, ma riguarda lo stile di vita e l'ingordigia dell'uomo consumista. Questo "qualcosa" si chiama devastazione totale del nostro pianeta.

PRODUZIONE E CONSUMO

Nel 1950 spendevamo 6,2 miliardi per la produzione dei nostri beni. Nel 1990 siamo saliti a 31 miliardi. Nel 2000 siamo saliti a 42 miliardi.

Lo spazio ‘bio-produttivo’ globale – necessario agli esseri viventi – sarebbe di 12 miliardi di ettari, sui 51 miliardi disponibili nel pianeta: ovvero 1,8 ettari a persona. Ma lo spazio consumato pro-capite è di 2,2 ettari, con punte di 10 per un cittadino medio americano, 5 per un francese, 4 per un italiano. 10% è l'aumento percentuale dal 1992 al 1999 dei consumi globali di carburanti fossili; 6,4 tonnellate di petrolio per anno consumati pro-capite nei paesi sviluppati; 0,63 tonnellate di petrolio per anno consumati pro-capite nei paesi in via di sviluppo

Mentre 2,5 miliardi di persone non dispongono di energia, noi incrementiamo il consumo annuale di un bel 2%. Ci sono 2 miliardi di persone che usano ancora il legno o altre biomasse nel Sud Est asiatico e nell'Asia meridionale e mezzo miliardo di persone che lo fanno nell'Africa Sub Sahariana. Dal 1971 al 2001 il consumo di combustibili fossili mondiale è sceso di un misero 6%. In compenso le emissioni globali di carbonio dal 1965 al 1998 sono aumentate di un 2,1%.

Col pericolosissimo nucleare produciamo il 16% di energia. Con le energie rinnovabili, invece, in totale produciamo il 4,5% di energia utile.

Stiamo distruggendo l'intero pianeta con i nostri rifiuti, il nostro menefreghismo, gli assurdi prodotti "usa e getta". E così oggi abbiamo scoperto che tutto ciò che riversiamo in mare galleggia producendo danni. Solo la plastica ha il difetto di frantumarsi fino a diventare piccolissime particelle che finiscono nelle pance degli animali e successivamente nelle nostre che li mangiamo. Montagne di rifiuti, persino sull'Everest.

Un sacco di rifiuti tossici non vengono smaltiti regolarmente e finiscono nei terreni e di conseguenza inquinano anche le nostre risorse idriche. Se incendiate, diossina.

SALUTE

11 milioni di bambini sotto i 5 anni muoiono nei paesi "in via di sviluppo".

Per il 70% le cause di queste morti sono: diarrea, infezioni apparato respiratorio, malaria, morbillo, malnutrizione. 6 milioni di persone muoiono a causa di malattie che si sviluppano nell'acqua e dall'inquinamento atmosferico (sempre nei paesi poveri). Il 25% di tutte le malattie che si potrebbero prevenire sono causate dalla scarsa qualità dell'ambiente nel mondo.

60 milioni di persone hanno contratto l'HIV/AIDS, che è la quarta principale causa di morte nel mondo. È pari a 92 la percentuale di persone colpite da HIV/AIDS nei paesi poveri rispetto al totale mondiale.

Inoltre, 47 anni di aspettativa in Sud Africa (dati del 2003); 70 anni in Botswana (1979), che scende a 36 anni sempre in Botswana nel 2002.

8,8 milioni di persone soffrono di tubercolosi ogni anno. E al 99% sono tutti residenti in paesi poveri. 1 milione di persone muore ancora ogni anno a causa della malaria.

AGRICOLTURA

L'11% delle terre emerse del pianeta è utilizzato per produzione agricola.

Produzione che non basta perché 250 milioni di persone sono direttamente interessate dal fenomeno della desertificazione. 1 miliardo di persone sono a rischio di essere coinvolte da questo fenomeno nei prossimi anni, grazie ai cambiamenti climatici provocati dal "progresso" umano.

Negli USA ogni anno servono 157 milioni di tonnellate di cereali, legumi, ortaggi, impiegati per produrre 28 milioni di tonnellate di proteine animali (mangimi che servono agli allevamenti di animali che vengono poi venduti come carne da macello in America). Rilevante è l'effetto inquinante per l'atmosfera dovuto ai gas prodotti dagli animali. Vista la situazione negli USA, in Giappone hanno aumentato del 360% il consumo di carne negli ultimi trenta anni.

L'80% dei bambini che soffrono la fame vive in Paesi che impiegano parte dei loro cereali per produrre carne destinata ai Paesi ricchi.

Per produrre un chilo di carne da portare in tavola si consumano 100 mila litri d'acqua. Mentre per avere un chilo di soia si consumano solo 2 mila litri.

ACQUA

Il 70% della superficie terrestre è coperta di acque. Di tutta questa acqua solo il 2,5% è acqua dolce, il resto è acqua salata. Il 70% delle riserve d'acqua dolce si trova tutta nelle calotte polari. Delle risorse mondiali di acqua dolce, solo lo 0,8% può essere utilizzato dall'uomo. Il 40% è la percentuale stimata di incremento di risorse idriche di cui avremo bisogno nei prossimi vent'anni.

Entro il 2025 si stima che il 66% della popolazione mondiale vivrà probabilmente in nazioni che avranno moderate o gravi insufficienze idriche.

BIODIVERSITA'

Terreni desertificati sul pianeta: 26%. Il 71% delle terre aride di tutto il mondo è esposto ad ulteriore degrado.

Ogni anno perdiamo 94 milioni di ettari di foreste, più della superficie dell'intero Venezuela. Ciò avviene per la necessità di espandere le produzioni agricole. Negli ultimi 10 anni il 4% delle foreste tropicali è andato perso.

Degrado degli ecosistemi costieri nel mondo prodotti dall'attività umana: 57%. In Europa 80%, in Asia 70%.

L'80% dell'inquinamento marino è causato da fonti che si trovano sulla terraferma.

Nei paesi in via di sviluppo il 90% delle acque di scolo è scaricato direttamente nelle acque di superficie, senza ricevere alcun trattamento. Così come, sempre nei paesi in via di sviluppo, il 70% dei rifiuti industriali è scaricato direttamente nelle acque di superficie, senza ricevere alcun trattamento.

400 milioni di persone sopravvivono direttamente o indirettamente dai banchi di pesca. Però il 75% dei banchi di pesca mondiali necessiterebbero di iniziative immediate per bloccare o diminuire la pesca, in modo da assicurare adeguate disponibilità ittiche del futuro.

Siamo riusciti a distruggere il 24% delle barriere coralline mondiali, un altro 27% verrà distrutto entro i prossimi 10 anni.

ARIA

Ciascuno degli ultimi tre decenni è stato nell’ordine il più caldo sulla superficie della Terra rispetto a qualsiasi decennio precedente a partire dal 1850.

Prima della rivoluzione industriale i gas serra, in particolare l'anidride carbonica, presenti nell'atmosfera erano concentrati in 270 parti per milione. Nel 2017 i gas serra sono saliti a circa 400 parti per milione.

L’anidride carbonica è indispensabile per la vita e per la fotosintesi clorofilliana, ma allo stesso tempo è uno dei maggiori responsabili dell’effetto serra dopo il vapore acqueo. La CO2 si trova un po’ dappertutto in natura: nell’atmosfera terrestre, negli oceani e in tutto il sistema solare. Le emissioni di CO2 derivanti dai combustibili fossili impiegati dall’uomo sono in continuo aumento e sono acuite dalla deforestazione. Questo determina quei fenomeni ambientali preoccupanti in un’ottica futura come il surriscaldamento globale.

Giusto per citare un caso, negli ultimi 24 anni il traffico aereo è aumentato dell'80% e stessa percentuale di aumento si è registrata per le emissioni di CO2, ma si prevede che cresceranno di un altro 45% entro il 2035. Gli aerei commerciali generano oltre 600 milioni di tonnellate di CO2 l'anno e rilasciano ossidi di azoto (NOx) direttamente nella troposfera, sede dei fenomeni meteorologici. Un solo aereo di linea inquina come circa 600 auto non catalizzate. Nel 2018 sono stati tracciati oltre 202 mila voli in un sol giorno, e che hanno messo a disposizione 30 milioni di posti. I passeggeri sono cresciuti del 75% in più rispetto a dieci anni fa quando i viaggiatori imbarcati sono stati 2,49 miliardi.
Ma oltre ai voli aerei ci sono altre cause di inquinamento atmosferico non prodotto dalla Natura, ma dovute a incendi dolosi, e ai roghi per incidenti industriali, bombardamenti, ecc. Senza contare, ovviamente, tutto ciò che finisce in atmosfera partendo dalle nostre fabbriche. Oltre a tutto ciò si cela un altro tipo di inquinamento difficile da determinare, ma che sicuramente esiste e fa danni: l'inquinamento elettromagnetico, dovuto a tutti gli apparati che emettono frequenze radio.

MARI E CLIMA

A partire dal 1900 si è rilevato un innalzamento del livello del mare pari a 18 centimetri. 46 milioni di persone ogni anno sono vittime di inondazioni dovute alla anomala violenza delle piogge.

Se il livello del mare subisse un innalzamento di 1 metro, 118 milioni di persone sarebbero vittime per inondazioni dovute alla violenza delle piogge.

ANIMALI

5300 specie sono potenzialmente a rischio a meno che non vengano compiuti degli sforzi per proteggerle.


Fonte: Report 2018 Internatinal Panel on Climate Change
Sintesi elaborate da: Enrico Riccardo Spelta

RISCOPRIRE IL SENSO DEL LIMITE




Viviamo imprigionati nella dismisura, origine dei nostri mali e del Mondo che stiamo irresponsabilmente sovra sfruttando. 

La contromisura non può continuare ad articolarsi su come continuare a percorrere questo vicolo cieco.

Il rimedio si chiama “limite”: l’unica risposta efficace per fermare il declino e ricostruire fattivamente un nuovo modello di sviluppo possibile.

martedì 22 gennaio 2019

IN SARDEGNA 445MILA ETTARI DI TERRITORIO INQUINATO






Dagli anni Sessanta, la Sardegna, ha vissuto lo sviluppo di un modello d’industrializzazione di forte impatto ambientale e sulla vita delle comunità locali, importato e imposto con il consenso e l’entusiasmo della classe politica regionale.

Questo sistema produttivo ha mostrato il proprio declino annunciato con la fine delle politiche d’investimento pubblico.

Tale processo d’industrializzazione ha visto l’agricoltura soccombere alla sottrazione di suoli e vocazioni destinati a impianti chimici e petrolchimici. Inoltre, ha avuto come conseguenza la riduzione della capacità produttiva e l’azzeramento dei progressi che il settore agropastorale e della pesca aveva avuto negli Anni Cinquanta.

Tutto ciò poteva essere impedito e la Sardegna sarebbe cresciuta in una condizione diversa.

Massimo Carboni

domenica 20 gennaio 2019

FUOCHI DI SANT’ANTONIO IN SARDEGNA, ORIGINE E SIGNIFICATO ANCESTRALE.




«Il mito di Sant’Antonio che come Prometeo rubò il fuoco agli Dei e ai precedenti riti pagani volti ad ingraziarsi una natura ostile, nei momenti più delicati di passaggio tra le diverse fasi dei cicli naturali».


Sant’Antoni andava con il suo porcellino verso le porte dell’inferno per chiedere un po’ di fuoco. Ma  i diavoli guardandolo con ironia gli risposero di no, anzi uno di loro si mise proprio di traverso davanti all’apertura che conduceva agli inferi per non farlo passare. Il maialino però sgattaiolò via ed entrò passando attraverso le gambe del demone. E fu subito un gran trambusto, un gran chiasso, come di chi butta tutto per aria, i diavoli infatti lo rincorrevano da una parte all’altra, ma senza riuscire ad acchiapparlo. Al che il diavolo che stava alla porta si fece da parte e fece entrare il Santo per riprendersi il maialino. Sant'Antonio appoggiò la punta del suo bastone di ferula sul fuoco, per riposare un poco e, fatto un fischio, richiamò l’animale che gli corse vicino. Quindi il Santo riprese il bastone e si allontanò. I diavoli non immaginavano certo che dentro il nucleo spugnoso della ferula si potesse nascondere della brace che a poco a poco continuava a bruciare, ma senza che se ne vedesse il fumo. Così con la sua astuzia il Santo rubò il fuoco all’inferno e lo regalò agli uomini.

In ricordo di questo episodio tramandato, la notte del 16 e del 17 gennaio in centinaia di paesi di tutta la Sardegna si accendono dei grandi falò, già la Deledda ci racconta che a Nuoro – nei primi del novecento – veniva acceso un grande fuoco la settimana dopo il 17 e si suonava e si ballava cantando fino a notte tarda, mentre a Mamoiada si adornava la chiesa di foglie di arancio, mentre arance si mettevano nella punta dei pali che sostenevano le cataste del fuoco. Si preparavano e si preparano ancora per l’occasione dei dolci speciali.

Con Sant’Antonio – il protettore degli agricoltori, secondo la tradizione morto ultracentenario proprio il 17 di gennaio – , la Chiesa ha cristianizzato un culto ben più arcaico, teso a risvegliare la luce dopo il buio dell’inverno. La festa è infatti indubbiamente pagana, legata ai riti di morte e rinascita del Dio, della natura, del ciclo vitale. Tanti sono i simboli arcaici di morte e rinascita che ancora oggi lo testimoniano, a partire dal maialetto che accompagna Sant’Antonio nella leggenda, che non solo è strettamente legato a Demetra alla quale era sacro, ma nel folklore europeo incarna lo spirito del grano. Inoltre la reminiscenza dei morti ci riporta ai riti funebri antichi  durante i quali ci si nutriva di miele. Quanto alle arance esse sono simbolo di fecondità e furono portate in dono da Giunone, sposa di Giove (di qui i fiori d’arancio), mentre per le streghe questo frutto rappresentava il cuore, un feticcio da far imputridire, fino alla morte della vittima del maleficio. Insomma ancora una volta morte e rinascita.

Anche il girare intorno al fuoco ballando e cantando ci riporta ai riti dionisiaci, durante i quali si doveva perdere coscienza per entrare in contatto con il mondo degli Dei. Il muoversi da destra a sinistra con passo zoppicante poi, il passo claudicante, sono elementi tipici di chi rientra dal viaggio nel paese dei morti, degli sciamani o dei bidemortos. Allo stesso modo questo incedere particolare è tipico sia dei Mamuthones che delle altre maschere della Barbagia, che fanno la loro comparsa proprio nella notte di sant’Antonio, aprendo così il carnevale.

Le stesse maschere girano intorno al fuoco sacro per tre (numero legato alla cosmogonia o nascita del mondo) oppure per tredici volte (rappresentazione delle fasi lunari). Persino la legna della pira veniva scelta con cura e tra essa non poteva mancare il mirto, messo tra i rami e i ceppi da ardere perché considerato una pianta legata al regno dei morti.

E’ incredibile come in Sardegna questi aspetti tradizionali siano rimasti così vivi e ancora oggi ben visibili, la bellezza e la complessità dei nostri riti è in realtà un libro aperto da decifrare, per capirne appieno un significato, esso sì che rischia di andare perduto.

Tratto da un intervento di Simonetta Delussu

venerdì 18 gennaio 2019

LA RASSEGNAZIONE SOSTIENE IL POTERE






Non è pensabile che la crisi possa essere risolta dagli stessi che l'hanno generata o aggravata. Non è ragionevole pensarlo. Ma sono ancora in tanti i rigorosi interpreti della legge di Murphy: "se ci sono due o più modi di fare una cosa, e uno di questi modi può condurre ad una catastrofe, allora qualcuno la farà in quel modo".

E tra questi modi trova spazio anche la scelta di non fare nulla e lasciarsi prendere dalla rassegnazione, tanta cara al potere.

"Aspettando Godot" rimane sempre il nostro dramma preferito, forse perché continuiamo a viverlo da inconsapevoli protagonisti.

Gianluigi Scalas

mercoledì 16 gennaio 2019

LA SARDEGNA TRA SUBALTERNITÀ E ASPIRAZIONI





La Sardegna continua a soffrire le pene di un modello dannoso e fallimentare. La mala politica continua maldestramente a tappare le falle di un Piano di Rinascita che avrebbe dovuto creare sviluppo e ricchezza, mentre ha determinato oggettiva desolazione e inquinamento. Le politiche centraliste di allora possono riassumersi nella spesa di un mare di denaro pubblico improduttivo: economicamente, socialmente e culturalmente. La Sardegna è stata standardizzata, trasformata in una regione qualunque, in balia di un processo di impietosa globalizzazione. Oggi l’Isola paga il conto della propria rovina: progressiva desertificazione economica, disoccupazione, inquinamento, anonimato, emigrazione forzata. Un danno immane determinato dall'ingiusto profitto e rendita elettorale. Questa classe politica non era sola.

Il sistema centralista è fallito e la risposta non può essere quella della ricerca di un nuovo “messia” perché la speranza, da sola, non basta. La soluzione sta tutta nella capacità di maturare senso di responsabilità individuale e comunitario. La Sardegna non ha bisogno di industrie pesanti ed inquinanti, carceri o altri ammortizzatori. Nemmeno di produttori o servitori di energia per favorire l’economia di altre realtà. La Sardegna ha bisogno di cambiare modello. L’indignazione fine a se stessa non serve: è così che siamo finiti tra le regioni più povere d’Europa, accontentandoci di poter beneficiare di nuovi, più consistenti e solo potenziali fondi europei.

Occorre sconfiggere i “pirati” che continuano ad affossare le nostre risorse e le nostre opportunità.

Bisogna puntare sull’economia virtuosa, territoriale. La Regione sarda non deve comportarsi come il “braccio armato” di una cultura evidentemente inaffidabile. Deve tranciare quel cordone ombelicale che favorisce carriere politiche personali, ma non benessere diffuso. Deve puntare nella riduzione della pressione fiscale e burocratica, nel superamento delle ingiustizie e dei forti ritardi infrastrutturali. Deve considerare l’identità un fattore della produzione fondamentale. Turismo, artigianato, settore manifatturiero, agroalimentare, pesca, cultura, innovazione sono il futuro ed al contempo incompatibili con le apparenti rivendicazioni dell’attuale classe dirigente.

Gli interessi dei sardi sono altri, rispetto all’offerta propagandistica dell’attuale sistema. I sardi chiedono serenità mentre le attuali politiche continuano a produrre violenza fisica e culturale, povertà e malattie. La crescente disperazione sta uccidendo molto più delle più efferate organizzazione di stampo mafioso e terroristico. È necessario combattere le ingiustizie, superando ogni forma di “emarginazione esistenziale e sociale” con approcci realistici. Per farlo bisogna calarsi nel mondo reale per comprendere il valore della vita perché anche dietro ogni dramma vi è ricchezza culturale e umana.

Questo modello di incondizionata dipendenza sta svalutando il valore delle nostre terre, delle nostre acque delle nostre produzioni, dei nostri diritti e del nostro lavoro. La Sardegna non ha bisogno di nuove servitù e nemmeno di nuovo servilismo, ma di dignità.

Massimo Carboni

martedì 15 gennaio 2019

NO ALLA RASSEGNAZIONE E NEMMENO ALLA COLLUSIONE


"Nessun sistema può evolvere qualitativamente se si accetta di campare nella rassegnazione e nella collusione.

È sempre più necessario attivare rinnovate azioni di consapevole e progressiva rottura. Le omissioni, la superficialità e le illusioni hanno causato mali assoluti e, talvolta, scritto pagine di storia cruenta. 

L’autodeterminazione di un Popolo e l’affermazione del suo innegabile bisogno di benessere, stridono con il saccheggio, i soprusi, la sudditanza al potere ed all’immotivata autoreferenzialità della classe dirigente. Chi governa è troppo spesso la controfigura di un sistema torbido, strutturato per autodifendersi. L’evoluzione è continua rivendicazione e preparazione di modelli alternativi, di Stato e di Governo. La “collusione”, applicata nel quotidiano, è un freno alla libertà e, quindi, alla crescita virtuosa. Una classe dirigente seria non importa modelli maldestramente precostituiti, ma elabora ed applica strategie organiche e di sistema basate sulle opportunità territoriali e culturali. Non difende e non rappresenta la pirateria; non sostituisce l’affermazione dei diritti legittimi con l’illusione. Non conta dove arriverà il singolo, ma dove arriveremo tutti insieme.

L’indignazione fine a se stessa non basta, anzi danneggia. Serve una rivoluzione culturale. Il cambiamento auspicato non è generazionale, ma nella progettualità, nei metodi e nella conoscenza. I principi di libertà e legalità vanno vissuti giorno dopo giorno, rinunciando all’ispirazione forcaiola e giustizialista che produce ingiustizia e, talvolta, vittime innocenti. Ogni individuo deve uscire dagli spalti della tifoseria cieca e deleteria. Deve contribuire attivamente con il sapere e con lucidità. Il peggior nemico della Sardegna e delle sue città è l’individuo con la sua fame di vendetta; con il suo egoismo; con il sostegno ai mercenari, punti di riferimento della mala politica; con le sue rivendicazioni al ribasso; con la sua paura di invertire la tendenza pur vivendo il declino. La Sardegna, nel suo complesso, sta sprofondando in una infinità servitù culturale.

Abbiamo bisogno di uno “Stato” giusto per combattere pressapochismo, corruzione e malaffare. Dobbiamo superare noi stessi per costruire centri di responsabilità parallela. Occorre superare i paradigmi standardizzati che rafforzano questo disastroso sistema. Non servono urla da “lotta continua”, ma azioni innovative e profondamente comunitarie".

Massimo Carboni 

lunedì 14 gennaio 2019

CONTRO L’OMOLOGAZIONE, UNA TEMPESTA DI VERITÀ E IDENTITÀ




Recenti studi di insigni storici e di professori di letteratura sarda e italiana hanno dimostrato che la "desardizzazione", ovvero il passaggio completo dalla cultura Sarda a quella Italiana, non si ebbe durante la lunga dominazione Spagnola (in terra sarda), ma nel passaggio da questa alla fase di dominazione dei Savoia.

Durante il periodo spagnolo era di notevole importanza, per coloro che comandavano i militari sardi al soldo della corona spagnola, conoscere la lingua dei dominati affinché si potesse creare un connubio tra dominatori e dominati. Tutto ciò permise, per ben 400 anni, il mantenimento dello status di sardità accanto a quello Spagnolo.

Fu, invece, demerito dei Savoia il processo di colonizzazione intellettuale forzata che poi si è evoluto fino ai giorni nostri.

Se vogliamo che qualcosa cambi; che l’identità torni ad essere un volano di sviluppo organico; che si affermi un modello di comunità vincente; che torniamo ad essere noi stessi, né migliori e né peggiori, ma noi stessi, occorre ripartire da questi fatti, dalla consapevole libertà e responsabilità di andare oltre. La diversità, come la costante ricerca di verità, è una ricchezza incommensurabile.

Cristian Melis 

venerdì 11 gennaio 2019

QUANDO LO “STATO D'ECCEZIONE” DIVENTA UNA COSTANTE GLOBALE





Difficile togliersi dalla testa l’immagine di quel cittadino francese che si inginocchia, sulla strada, inerme, con le mani incrociate dietro la testa, davanti all’autorità che inveisce con violenza contro di lui, con idranti e lacrimogeni. Lui gridava: «potete farmi tutto, non ho più nulla perdere, mi avete tolto la dignità». I suoi occhi erano pieni di lacrime; il suo volto rimane emblema della disperazione.

Una rivolta, quella francese, al di là della eterogeneità, che reagisce al dominio di un modello distruttivo che va ben oltre la Francia. Una risposta sociale che risponde con l’azione, oltre la forma. Che rivendica il diritto di essere ascoltati.

Questo in un Occidente in cui lo stile Macron è stato elevato a modello indiscutibile e da imitare. Un modello che “aiuta a casa propria”, ma privandoli delle loro ricchezze e di ogni possibilità di autodeterminazione. L’uomo perfetto che risponde al potere e che mercifica la dignità dei suoi concittadini con qualche euro.

Ogni persona ha il diritto di riconoscersi in uno Stato organico che agisce per rimuovere gli ostacoli che limitano la propria personalità. Questo recita, sinteticamente, la nostra Costituzione. Ma, non avviene. Lo Stato, rappresentato e compromesso dalla classe dirigente e dagli intellettuali asserviti al potere dominante, agiscono costantemente nella violazione dei diritti e delle regole. Noi non siamo esenti da colpe, per azioni o omissioni. 

Viviamo immersi nella barbarie, contro la civiltà. Tutto continua a procedere nel declino, di cui non esiste limite.

Assumersi, ognuno, la propria responsabilità, significa agire per sovvertire democraticamente tale modello distruttivo, partecipando alla costruzione di un nuovo ordine.




Dobbiamo superare la nostra evidente immaturità ed irresponsabilità: lo sostiene la quindicenne che ha commosso qualche settimana fa il web. Dobbiamo superare la paura, compresa quella di ridiscutere i nostri confort che producono vittime. Dobbiamo superare l’egoismo e le “guerre tra poveri”. Dobbiamo amare i nostri figli dando loro opportunità, non solo speranze. Dobbiamo cambiare paradigma perché le scuse sono finite. Chi ha prodotto tale declino va punito con l’allontanamento dai centri di potere e di formazione. Essi sono il male che produce danni. Lasciamo che a credere in loro siano solo coloro che vivono di scorciatoie o ambiscono a vivere di sfruttamento.

La vera opposizione non sta nell’auspicare una mera sostituzione nella gestione diretta del potere. Ma nell’affermare una nuova visione. Il nemico non è colui che ci viene imposto dai centri di potere, ma il centro di potere stesso quando non rispetta il ruolo che gli è stato demandato.

Massimo Carboni

giovedì 10 gennaio 2019

VIVIAMO NELL'INCERTEZZA, DEL PRESENTE E DEL FUTURO




«C’è stato un tempo in cui si faceva uso quotidiano di prodotti "umani", raccolti e realizzati rispettosamente dalle mani del contadino e dell’artigiano.

Una vita dura ma certa, fatta di sacrifici e di ambizioni: mantenere la famiglia ed investire nel futuro dei propri figli. La stessa rivoluzione operaia viveva la stessa condizione ed aveva, tutto sommato, la stessa ambizione: progredire attivamente, nel solco della Tradizione. Ma tutto è sfuggito di mano: la persona è diventata individuo-consumatore; il denaro è diventato un fine e non più un mezzo; la comunità produttiva si è trasformata in società sterile; lo Stato in un avversario; la forza dell’identità in omologazione e conformismo.

Le periferie, che rappresentavano un modello di civiltà umana in un rapporto perfetto con la natura e con la spiritualità, sono state trasformate in violenza. In un deserto, anche di valori. Questa neo barbarie ha contaminato le città, con una deriva preoccupante: l’incertezza del presente e soprattutto del futuro».

Massimo Carboni

(Foto: una consueta domenica di gioia a Bitti nel 1915)

SPOPOLAMENTO, DEGRADO, DISOCCUPAZIONE, DIFFETTO DI SCOLARIZZAZIONE, SONO I RISULTATI DELLA "POLITICA" IN SARDEGNA




«I nostri genitori, con intento protettivo, amavano ripeterci: "la politica è una cosa sporca". E mentre in Sardegna fervono i preparativi in vista delle prossime elezioni regionali, ripenso alla saggezza di quell'insegnamento che mi appare, oggi, così tremendamente attuale. Sono in tanti (partiti e uomini) tra gli uscenti e gli ex che, in piena continuità con il passato, intendono riproporre la propria candidatura, perfettamente noncuranti dei drammi a loro imputabili.

La Sardegna, non per fatalità, è una regione marginale all'interno dell'UE, tra le più povere. La maggior parte del PIL è dato da un'industria petrolifera e da una fabbrica di armi, che in Sardegna lasciano ben poco, con l'aggiunta di quello che ritrae la foto. Spopolamento, degrado, disoccupazione, grave difetto di scolarizzazione completano il quadro. Per non parlare d'altro.

Penso anche a chi, ciononostante, intende riconfermare quelli di cui sopra e, a loro, mi permetto, amichevolmente, di ricordare un altro proverbio che suona un po' come un avviso ai naviganti: "chi è causa del proprio mal pianga sé stesso"».

Gianluigi Scalas

sabato 5 gennaio 2019

LA SCUOLA, UNA BARRIERA PER I DISABILI



Secondo il rapporto Istatl'inclusione scolastica: accessibilità, qualità dell’offerta e caratteristiche degli alunni con sostegno” relativo all’anno scolastico 2017/2018, soltanto il 32% delle scuole italiane risulta accessibile per gli alunni disabili. La situazione più difficile è nel Sud: soltanto il 26% degli edifici è a norma. L’accessibilità per i ragazzi disabili al Nord è, invece, migliore, il 40% delle strutture scolastiche è costruita secondo i giusti criteri. Nell’indagine sono state incluse anche le scuole dell’infanzie e la scuola secondaria di secondo grado, per un totale di 56.690 scuole, frequentate da 272.167 alunni con sostegno:il 3,1% del totale.

Nel medesimo rapporto statistico sono definite “accessibili dal punto di vista fisico-strutturale” le scuole che possiedono tutte le caratteristiche a norma: ascensori, bagni, porte, scale e che dispongono di rampe esterne e/o servoscala. Allo stesso tempo dall’Istat è stata analizzata anche la capacità della scuola italiana di fornire figure di sostegno ai ragazzi con disabilità: gli insegnanti sono circa 156mila (dato Miur), con un rapporto di 1,5 alunni per insegnante. Secondo il report, “emerge una maggiore dotazione di insegnanti per il sostegno nelle regioni del Mezzogiorno (1,3 alunni per insegnante)”. Tuttavia, “la continuità del rapporto tra docente per il sostegno e alunno non risulta ancora garantita: il 41% degli alunni ha cambiato insegnante rispetto all’anno precedente mentre il 12% lo ha cambiato nel corso dell’anno scolastico”.

Non vi sono, insomma, figure specializzate che seguano i ragazzi con problemi di apprendimento con continuità, creando in questa maniera agli studenti disabili ulteriori difficoltà. Questa difficoltà di reperire insegnanti dedicati al sostegno ha fatto sì che “circa il 5% delle famiglie di alunni con sostegno ha presentato negli anni un ricorso al Tar per ottenere l’aumento delle ore”.

Ilaria Paoletti

venerdì 4 gennaio 2019

PROVINCIA E PROVINCIALISMO, CONTRO IL LIVELLAMENTO DELLE IDENTITÀ



“[…] persona che mostra di avere la mentalità ristretta, le abitudini piccolo-borghesi, il cattivo gusto considerati tipici della gente di provincia […]”.

È questa la definizione che si trova sulla Treccani cercando il termine “provinciale”. Ed in effetti è così che la mentalità contemporanea è abituata ad intendere la provincia, il piccolo paesino o più in generale tutto ciò che non sia metropoli: un coacervo di arretratezza economica ma soprattutto culturale, un posto dal quale scappar via il prima possibile, terra per bifolchi e retrogradi eretici da convertire nella crociata del pensiero metropolitano e, in caso di fallimento, da abbandonare e giudicare con disprezzo.

Troppe differenze, troppe sottoculture, lingue, dialettucoli, intrighi, inciuci nella vita del buon provincialotto per essere considerato della stessa natura di un illustre cittadino metropolitano, dei quartieri bene, dalla mentalità aperta, progressista e conoscitrice del mondo. Come in quasi ogni cosa però, anche per la provincia “male assoluto” vale l’adagio: se il pensiero dominante vi indica una via, vi conviene remare dall’altra parte. La verità è che la provincia rappresenta, nel mondo moderno, quello che è forse l’ultimo avamposto di resistenza culturale all’appiattimento della società, all’ideologia dell’uguale, all’effetto globalizzazione che vuole Londra uguale a New York, uguale a Roma e a Berlino.

Ed è proprio qui che la provincia esercita il suo ruolo di opposizione. Essa resiste all’uniformità, la provincia è chiusa, isolazionista, ostile, è un luogo estraneo alle logiche di mercato (senza se e senza ma) e al mondialismo imperiante. Il provincialismo è legame viscerale alla propria terra, è un sentimento fatto di forte localismo, di tradizioni, di senso di comunità.

Nella provincia, molto più che in una metropoli, c’è la fondamentale consapevolezza di essere cittadino di un luogo preciso, e non semplicisticamente e volgarmente “del mondo”. Ed è la coscienza di essere legato a un qualcosa, l’abitudine ad una vita maggiormente comunitaria e meno atomistica e spersonalizzata.

Il cittadino di provincia non vive un mondo “multiculturale”, ma un mondo fortemente diversificato; conosce le altre culture non mischiandole con la sua, ma visitandole tenendosene a distanza e guarda con sospettoso interesse anche a chi è a 10 km dal suo naso, perché sì, bastano pochi metri per entrare in un’altra comunità. Quella che potrebbe sembrare una mentalità disgregante nella realtà dei fatti non lo è, perché allo stesso tempo aggrega il più vicino differenziandolo, in sequenza, dal più lontano.

La provincia, e la sua forma mentis, sono la base di un mondo multipolare in cui essere uniti non vuol necessariamente dire essere tutti uguali. Dallo Strapaese a Pasolini in molti si sono interessati al fenomeno delle piccole comunità, delle singole identità locali viste come risposta al mondo vorace e globalizzato. Mino Maccari, tra i fondatori dello Strapaese scrisse nel 1924 su “Il Selvaggio” che il movimento serviva «per difendere a spada tratta il carattere rurale e paesano della gente italiana […] contro l’invasione delle mode, del pensiero straniero e delle civiltà moderniste».

Pasolini poi, diede enorme importanza al dialetto come “elemento non contaminato” ed ebbe a scrivere “Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà”. I dialetti e le sue inclinazioni particolari rappresentano, in effetti, un patrimonio culturale immenso; sono la mappatura di popoli ricchi di storia, di cultura al punto tale da riuscire a trovare specificità in ogni piccolo angolo. È quindi un’opposizione estrema e di una straordinaria bellezza, quella che la provincia muove al totalizzante fenomeno di livellamento delle identità.

D’altro canto, però, va fatta una fondamentale precisazione: il provincialismo, come già accennato non è disgregante, ma aggrega nella diversità, accomuna i simili (occhio ai termini, volere una unione di “simili” non significa volere un unico soggetto in cui siano tutti “uguali”, che è invece tema proprio del globalismo).

E viva dunque i provincialismi e i campanilismi, semplicemente (e forse anche ingenuamente, ma che importa?) fieri di sé stessi, che sanno definirsi, che non smarriscono la propria identità nel vuoto cosmico della realtà metropolitana che abitua il suo cittadino ad essere tutto, che coincide inesorabilmente con l’essere niente.

Tratto da una riflessione di Simone De Rosa

L’UMILTÀ, PER SPINGERE ALLA CURIOSITÀ E ALLA CRESCITA


Fin dai tempi di Socrate, conosciamo il valore dell’umiltà. Il suo “so di non sapere” è un mirabile esempio di cosa possa essere l’umiltà e di quali vantaggi possa procurare.

La storia narra che un vecchio amico di Socrate, Cherefonte, consultò l’oracolo di Delfi per sapere se esistesse persona più sapiente del filosofo, e la risposta fu negativa: Socrate era davvero il più sapiente di tutti, questo il responso. Ma il filosofo greco, esercitando l’arte del dubbio, non credeva di possedere maggiori conoscenze di un politico, di un poeta o di un artista. Così cominciò a interrogarli, con il suo stile maieutico. E scoprì qualcosa che proprio non si aspettava: questi personaggi non avevano tutte quelle conoscenze che dichiaravano di avere. Da qui, le conclusioni di Socrate: mentre un politico o un artista pensano di sapere e di fatto non sanno, io non credo di sapere ciò che effettivamente non so. Il filosofo ammetteva così, con umiltà, di non conoscere la maggior parte delle cose di questo mondo. E almeno di questo era certo.

La parola umiltà deriva dal latino humus, ossia la terra fertile. Da questo punto di vista, l’umiltà rappresenta il terreno più idoneo e fertile per far crescere la conoscenza e acquisire competenze nuove. Senza umiltà, difficilmente si cresce e si migliora. Se l’arroganza porta ad arroccarsi difensivamente sulle proprie posizioni, l’umiltà spinge a guardare oltre, a cercare nuove informazioni e nuove soluzioni.

L’umiltà rappresenta l’atteggiamento più efficace per trovare il punto di equilibrio fra la valorizzazione di se stessi e il riconoscimento dei propri limiti. Martin Seligman, fondatore della Psicologia Positiva, definisce l’umiltà come un’accurata consapevolezza delle proprie capacità. Si tratta, quindi, di riconoscere i propri gap, le proprie aree di miglioramento e i propri errori, per aprirsi in maniera costruttiva a nuove idee e a differenti punti di vista.

Spesso umiltà e modestia vengono accostati semanticamente e utilizzati come sinonimi. Ma non sono la stessa cosa. La modestia rappresenta la qualità tipica di chi non fa vanto dei propri meriti e dei propri successi, sottraendosi alle lodi, manifestando così sobrietà e riservatezza. Ritengo che la modestia sia spesso manifestazione di una scarsa consapevolezza delle proprie potenzialità, e si accompagni talvolta a una non elevata autostima. La socratica consapevolezza di ciò che si sa, ma soprattutto di ciò che non si sa, sta invece alla base di un atteggiamento propriamente umile.

L’umiltà è un’arte, si esprime attraverso uno stile che rende subito riconoscibile la persona che lo manifesta. Ecco i principali tratti distintivi di chi pratica l’arte dell’umiltà: una insaziabile curiosità; un ascolto ben allenato; un atteggiamento di serena apertura nei confronti di nuove idee e prospettive; un forte desiderio di crescere, migliorare ed evolvere; un onesto riconoscimento dei propri errori; un’autentica disponibilità a mettersi continuamente in gioco in nuove sfide.

Uno dei cambiamenti più radicali del nostro tempo è rappresentato dalla democratizzazione della conoscenza. Ciò che un tempo rappresentava un lusso per pochi, confinato ai piani alti della società abitati dalle élite, oggi si è esteso in una misura tale da plasmare un nuovo modo di vivere, conoscere e interagire.

Google si sta sempre più sostituendo alla classica biblioteca, Wikipedia sta soppiantando la tradizionale enciclopedia. Il livello medio di istruzione cresce di pari passo alla facilità di accesso alle informazioni. In un’epoca in cui l’estensione e la diffusione del sapere hanno raggiunto livelli esponenziali, le opportunità per coloro che desiderano percorrere la strada dello sviluppo delle proprie conoscenze, competenze e potenzialità non sono mai state così numerose. Ma ciò risulta possibile soltanto rimanendo aperti, con umiltà, di fronte alle innumerevoli possibilità di imparare, ogni giorno, qualcosa di nuovo.

Il filosofo Karl Popper sosteneva che “forse sarebbe bene se tutti noi ricordassimo che, mentre differiamo per le poche, piccole cose che sappiamo, di fronte alla nostra infinita ignoranza siamo tutti uguali”. Parole che rivelano un atteggiamento estremamente umile, nel realistico riconoscimento dell’ignoranza che ci accomuna a tanti. Ma per illuminare il nostro percorso di vita di nuove conoscenze, per far crescere il nostro sapere, per non smettere mai di evolvere e migliorare, nel lavoro così come nella vita, occorre ripartire dall’umiltà. E il socratico “so di non sapere” può rappresentare una solida base su cui impiantare i pilastri della nostra crescita personale, prima ancora che professionale. Un suggerimento che ritroviamo anche nelle parole di Sant’Agostino: “Vuoi essere grande? Comincia con l’essere piccolo. Vuoi erigere un edificio che arrivi al cielo? Costruisci prima le fondamenta dell’umiltà”. 

Luca D’Elia

giovedì 3 gennaio 2019

BISOGNA FERMARE LO SPRECO ALIMENTARE




Il Natale,  insieme a Capodanno e altre feste comandate, è uno dei momenti di maggior spreco. Neppure oggi che non abbiamo problemi – almeno nel nostro Paese – a recuperare il cibo necessario alla sopravvivenza, riusciamo a liberarci dell’abitudine assurda di servire più cibo del necessario, ancor più nei giorni di festa in cui la tradizione – retaggio di tempi di ristrettezze – vuole abbondanza e strappi alla regola, soprattutto in termini di quantità.

Parlando di spreco alimentare bisogna più correttamente distinguere tra food losses e food waste: il primo termine indica le perdite che avvengono all’inizio della catena, nelle fasi di raccolta o allevamento e di trattamento delle materie prime; il secondo, invece, si riferisce allo spreco nelle fasi di trasformazione industriale, nel caso in cui non vengano utilizzate tutte le parti della materia, o quando i metodi produttivi sono poco efficienti.

Nelle aree più ricche, dove mettere un pasto in tavola non è più la maggiore preoccupazione quotidiana e non si sente la necessità di fare economia fino all’ultima briciola, una grossa fetta è rappresentata dagli sprechi domestici. Si compra in quantità eccessive, attratti dagli sconti al supermercato, per poi dimenticare il cibo in frigorifero e infine gettarlo. Spesso si tratta di alimenti ancora commestibili: in Italia sei persone su dieci, secondo l’indagine 2018 di Waste Watcher, gettano circa una volta al mese ancora buono. Nove su dieci ammettono di provare un forte senso di colpa per questo spreco e le campagne di sensibilizzazione stanno contribuendo nel nostro Paese a promuovere comportamenti più virtuosi rispetto al passato, ma in un anno un italiano spreca ancora in media 36 kg di cibo – una media di 3 kg al mese.

Scesi nel 2015 sotto la soglia degli 800 milioni, gli individui denutriti al mondo sono tornati a salire, toccando quota 804 milioni nel 2016 e 821 nel 2017. La denutrizione è l’impossibilità di assumere i nutrienti necessari attraverso l’alimentazione, e non va confusa con la malnutrizione, termine ampio che comprende tutti gli squilibri dovuti a un’alimentazione scorretta, che sia insufficiente o, come quasi sempre accade in Occidente, eccessiva. Anche i dati riferiti a quest’ultima sono allarmanti, e sottolineano il paradosso della malnutrizione, tra chi non mangia abbastanza e chi mangia troppo. Nel 2017 un adulto su otto al mondo è obeso.

Secondo le stime dell’Onu, nel 2100 la popolazione mondiale sarà di circa 11 miliardi di persone. E i tassi di fertilità sono più alti proprio nei Paesi in cui la denutrizione è un problema di ampie fette di popolazione.

Grazie alla maggiore produttività agricola e a un migliore stato sociale per famiglie in difficoltà, nel 2015 per 29 Paesi è stato raggiunto l’obbiettivo di dimezzare la quota di persone denutrite stabilito nel 1996 dal Vertice Mondiale dell’Alimentazione. Nonostante ciò, i Paesi africani che hanno subito crisi alimentari nel 2015 sono stati il doppio del 1990 e, ancora, le crisi alimentari stesse non sono più, come due decenni fa, dei fenomeni intensi, drammatici e brevi ma perdurano nel tempo, con effetti sul lungo periodo. E se migliorano tendenzialmente le condizioni dell’Estremo Oriente, oggi ad accusare di più il colpo sono i Paesi dell’America meridionale e dell’Africa sub-sahariana.

La crisi economica mondiale, legata a doppio filo alla crisi dei prezzi (già concausa delle cosiddette primavere arabe), i dissesti politici e le guerre (Siria e Yemen sono gli esempi più noti) hanno pesato sullo stato della nutrizione mondiale. A questi si aggiungono i fenomeni atmosferici estremi, sempre più frequenti, che distruggono terreni agricoli e derrate alimentari; la scarsità di risorse e i tempi necessari alla ricostruzione proiettano sul lungo periodo fame e carenza di nutrienti. Ci troviamo in un circolo vizioso: attualmente circa un terzo del cibo prodotto globalmente ogni anno va perso o sprecato, e questo spreco di cibo implica uno sfruttamento inutile di territorio, risorse, energia e lavoro e produce inoltre emissioni nocive contribuendo così al cambiamento climatico, causa di quegli eventi atmosferici distruttivi.

Oltre al problema etico della sperequazione tra chi ha troppo e chi ha troppo poco o non ha del tutto, come analizzato dalla FAO, c’è il nodo dello sfruttamento delle risorse, in primo luogo idriche, impiegate nell’agricoltura, per le coltivazioni e per il sostentamento degli animali. Nel caso della carne, ad esempio, si aggiunge l’elemento delle vite animali sprecate, dei costi di mantenimento e delle cure. Infine, i costi indiretti, ambientali ed economici, dello smaltimento dei rifiuti alimentari che non possono più essere recuperati e delle emissioni provocate dalla produzione.

In Italia, nel 2017, circa 2,7 milioni di persone hanno avuto bisogno di assistenza per nutrirsi, usufruendo di pacchi alimentari (la stragrande maggioranza) e mense per i poveri; a queste ultime si rivolgono prevalentemente i senzatetto, una minima parte di quei circa 5 milioni di residenti in Italia che per l’Istat sarebbero in condizioni di povertà assoluta, tra i quali pensionati, disoccupati e padri separati.

L’attività quotidiana delle associazioni caritatevoli – ben distribuite sul territorio – porta alla luce il paradosso drammatico di casa nostra: sono 36,92 i chili di cibo gettati da ogni famiglia italiana nel 2017.

La solidarietà sociale è un pilastro indispensabile per una società sana e coesa, però uno Stato non può rimettersi al buon cuore dei cittadini e all’assistenzialismo su base volontaria per tamponare gli effetti paradossali dei suoi cortocircuiti. Come in tante altre sfere della vita sociale, il cambiamento non è reale se resta imposto dall’alto: serve una presa di coscienza da parte dei cittadini.

Il limite, tipicamente italiano, è quello di correre ai ripari per tamponare i danni fatti, laddove bisognerebbe investire di più sulla prevenzione, per rendere possibile quello è che è forse l’unico vero strumento: il cambiamento culturale. Un esempio di quanto siamo ancora lontani da quel momento è rappresentato dallo spreco di frutta e verdura (il più alto, insieme a quello di latticini e prodotti da forno) non esteticamente perfette: talvolta i produttori scelgono di non raccogliere gli esemplari non conformi ai criteri estetici dei banchi del mercato, perché resterebbero comunque invenduti; lo sottolinea una recente ricerca dell’Università di Edimburgo. Questo contribuisce alla media dell’Unione Europea di 180 kg di cibo pro-capite annui sprecati; negli Stati Uniti l’andamento è lo stesso, con il 30% di alimenti prodotti non consumati e sprechi prevalenti a livello domestico.

Silvia Granziero

1988, STRAGE IMPUNITA NELLE DOLOMITI

1988, Val di Fiemme, Cavalese località sciistica delle Dolomiti. È inverno, gli alberghi registrano “tutto esaurito”. I turisti viag...