Nuoro dedica uno spazio in onore
di Paskedda Zau, donna che ebbe il merito di rivoltarsi all'abuso di potere.
Madre di dieci figli, vedova da
lungo tempo, ella con le sue parole ebbe il merito di coinvolgere le persone
nel suo progetto di riscossa sarda.
Nuoro le dedica uno spazio, d'ora
in poi sarà ricordata in eterno. Starà tra Grazia Deledda e Salvatore Satta, simboli
della potenza del pensiero Sardo; simboli di una Sardegna che si vuole libera
dalle ingombranti intromissioni esterne.
Questi spazi dedicati a
personaggi della nostra Terra dovrebbero moltiplicarsi. I simboli sono
importanti perché rappresentano la comunità , rilanciano il senso di
appartenenza: l'unico vero stimolo che può portare all'autodeterminazione.
Cristian Melis
Cenni storici
di Michele Pintore (da Cronache nuoresi)
La coraggiosa donna nuorese che
26 aprile 1868 al grido di «Torramus a su connottu» e «Ecco su sambene de su
poveru» guidò la folla esasperata durante i moti popolari che misero a ferro e
fuoco il Municipio di Nuoro.
Un secolo e mezzo fa, esattamente
il 26 aprile del 1866, ebbero inizio a Nuoro i primi moti popolari, che due
anni più tardi, il 26 aprile del 1868, sarebbero culminati con la famosa
sommossa popolare nota come de su Connottu, dal grido di battaglia di una
popolazione esasperata, che, a distanza di 80 anni dal 1796 (quando i sardi
scesero in piazza al canto di Procurad’ ‘e moderare Barones sa tirannia),
dimostravano che la storia di un popolo in lotta contro le oppressioni si
ripeteva ancora.
Quel 1796, quando i sardi
protestarono contro la tirannia feudale, a guidarli c’era Giovanni Maria
Angioi. A Nuoro invece nel 1868 il popolo scese in piazza guidato da una
popolana, Pasqua Selis Zau (Nuoro, 1808-1882), nota Paskedda Zau, e il motivo
scatenante fu ché l’amministrazione comunale di allora, per “fare cassa” (che
in parte doveva concorrere a finanziare gli inglesi della Compagnia della
Ferrovie che allora realizzavano le prime strade ferrate sarde), in base alle
disposizioni di Legge (2252 del 1865) fu autorizzata ad abolire i diritti di
“ademprivio” (diritto di uso civico, ovvero uso comune da parte dei cittadini
residenti dei territori comunali) e di mettere in vendita al migliore offerente
i terreni comunali interessati.
Tutto questo comportava di
conseguenza a pastori e allevatori nullatenenti la mancanza dell’unica fonte di
reddito e di sostentamento. Il 2 ottobre del 1867 ci fu l’estrazione dei lotti
in base alle richieste fatte dagli interessati nell’attesa di definire la
vendita. Il sindaco di allora, don Francesco Gallisay–Serra, all’approssimarsi
del 24 aprile del 1868, data ultima imposta per essere messi in vendita i
terreni comunali, e consapevole del grande malcontento che questo avrebbe
arrecato alla popolazione, si dimise dall’incarico.
A Gallisay subentrò nella carica
di sindaco l’avvocato Salvatore Pirisi–Siotto, che restò in carica fino al 23
aprile del 1868; poi si dimise, non prima però, di aver disposto l’affissione
di un pubblico manifesto in cui, previa delibera comunale s’intimava ai pastori
di lasciare liberi entro tre giorni i terreni comunali che dovevano essere
messi in vendita. Per la popolazione non restava altro che tentare di ottenere
l’annullamento della delibera. Il clima a Nuoro si faceva sempre più pesante.
Intanto da parte di influenti
personaggi componenti della massoneria locale, tra i quali il nobile don Gavino
Gallisay-Serra (fratello del sindaco dimissionario) e il dott. Giuseppe
Cottone, la notte tra il 21 e 22 aprile si inscenò una manifestazione di
protesta sotto le finestre dell’Episcopio contro il vescovo di Nuoro mons.
Salvatorangelo Demartis (accusato di essere un sobillatore del popolo contro le
istituzioni) al grido di: “morte al papa, abbasso i Paolotti, vivano i massoni
e fuori il vescovo”. In città c’era già aria di sommossa.
La domenica del 26 aprile, nel
piazzale della Cattedrale si era formata una piccola folla di cittadini, nei
pressi della sede della Sottoprefettura, nell’estremo tentativo di un
intervento di revoca del provvedimento da parte del Sottoprefetto Giovanni Pes
di San Vittorio. Verso mezzogiorno la sommossa era già in atto. Una folla
vociante proveniente da diversi punti della città (inizialmente di circa 300
persone) si mosse verso Palazzo Martoni, allora sede del Comune di Nuoro
(attuale Via Chironi 5), ad aizzarla era Paskedda Zau, una popolana nuorese che
con una bandiera in mano (in realtà si trattava di un bastone cui aveva issato
una sottoveste) guidò la turba al grido di “torramus a su connottu”. Spettatore
dello storico evento fu il poeta in limba Salvatore Rubeddu (1847 – 1891) il
quale, allora ventunenne, assistette ai fatti traendone poi spunto per una
delle sue poesie più famose: Passio – A su Connottu.
Dalla poesia di Rubeddu, scritta
in un ermetico latino maccheronico (volutamente provocatorio, dal momento che
il poeta era notoriamente considerato un convinto anticlericale), è possibile
una ricostruzione dei fatti e i ruoli dei vari protagonisti: a cominciare da
Paskedda Zau che arringò la folla, e che risulta che fosse spalleggiava da sua
figlia Tonia, che, evidentemente trovandosi di fronte a qualcuno, che a quanto
farebbe pensare Rubeddu intendeva sbarragli il passo, a sua volta gli gridò:
«Arga de muntonarju, non sun sos benes de babbu tuo!» (Immondezza da letamaio,
quello che chiediamo non sono certo i beni di tuo padre). Sempre secondo a
quanto scritto da Rubeddu, nello scontro ci fu un intervento di Paskedda, che
rivolta alla figlia (ma riferendosi evidentemente a qualcuno che intendeva
ostacolarla) disse: “Veni deretro Toniam, sa cosa l’isperto deo» (tu Tonia
fatti da parte, perché la questione me la voglio sbrigare io). Ci fu quindi
l’assalto a Palazzo Martoni (sede del Municipio), in cui Paskedda afferrò con i
denti dei documenti, esclamando: «Ecco su sambene de su poveru» (ecco il sangue
del povero). Sempre stando al testo di Rubeddu, dal rione di San Pietro giunse
una popolana, Tonia Porcu, al grido di «Iscubilae» (venite fuori dall’ovile),
rivolto ai cittadini nuoresi, e ancora rivolta ai componenti del Consiglio
Comunale: «Chi non si ponzan cussa abba santa» (Che non si segnino con
quell’acqua benedetta), e poi «A fora su Cossizzu» (Fuori il Consiglio
Comunale). E ancora, una popolana Mariantonia mamoiadina (dal paese di
provenienza) «Corfu e balla, nos cherene a sa limusina» (Che vi possa colpire
un colpo di palla – di fucile-, vogliono ridurci all’elemosina).
Intanto una certa Tonia Ormena si
fece avanti con una scure per abbattere la porta del Municipio, mentre suo
figlio Berritta, armato di fucile, attaccava la truppa e mentre un tal Ghisau
venne alle mani con il capitano dei Carabinieri, Demontis al colmo dell’ira nel
tentativo di strappare la bandiera che sovrastava l’ingresso, ne ebbe un forte
pugno in testa, tanto da procurargli una ferita sanguinante.
Un tale Pintor prese invece la
bandiera e corse gridando «A su connottu, a su connottu», mentre Moritta dalla
casa adiacente dei Corbu (casa dell’avvocato Pasquale Corbu, adiacente a
Palazzo Martoni), rivolta a un certo Turudda (evidentemente di parte
avversaria) gridava: «Bae ja t’arranzo deo» (Vedrai che t’aggiusto io). A
questo punto la folla fece irruzione nella Casa Comunale mettendola a
soqquadro, e, disarmata la Guardia Nazionale prese a devastare con l’evidente
volontà di distruggere la documentazione dei piani di lottizzazione dei terreni
comunali. Tra l’altro nel rogo finirono anche i registri di Stato Civile, la
cui compilazione era stata avviata il primo gennaio del 1866.
Nel tentativo di sedare gli animi
più esasperati ebbe un ruolo determinante il comandante della locale compagnia
dei R. Carabinieri, il capitano Giacomo Brunero, che provvide anche a numerosi
arresti.
In totale gli arrestati furono
69, tutti accusati di aver causato disordini e saccheggio, mentre 10 furono gli
accusati di esser stati promotori e istigatori: il nobile don Gavino Gallisay –
Serra, il medico dott. Giuseppe Cottone, lo scrivano Gavino Corbu, l’insegnante
Giuseppe Floris Puggioni, il proprietario Pasquale Guiso Manca, l’impiegato
Michele Deledda, il sacerdote teol. Giovanni Nieddu, il sacerdote teol. Ignazio
Serra, il sacerdote Sebastiano Deledda (zio di Grazia Deledda) e il sacerdote
Salvatore Veracchi. Gli imputati furono inviati a processo presso la Corte
d’Appello di Cagliari.
Ben presto però ci si rese conto
che in sostanza la sommossa non era stata altro che una guerra tra poveri
dettata dalla mancanza di lavoro e per la sopravivenza; per cui su intervento
del deputato Giorgio Asproni il ministro di Grazia e Giustizia Defilippo
decretò la concessione di un’amnistia che fu firmata il 29 novembre del 1868 da
Vittorio Emanuele II.
Tuttavia, nel 1871, quando a
ricoprire la carica di sindaco di Nuoro, fu chiamato nuovamente l’avvocato
Salvatore Pirisi-Siotto, visto il perdurare dell’occupazione dei terreni
comunali da parte dei pastori non acquirenti, questo fece affiggere nuovamente un
manifesto dove s’intimava lo sgombero entro 15 giorni dei lotti già assegnati
in precedenza, per essere messi a disposizione dei nuovi acquirenti.
Gli assegnatari perfezionarono i
pagamenti, e quindi successivamente, nel 1872, con rogito del notaio Cossellu
di Orani la vendita dei lotti poteva considerarsi conclusa.