martedì 26 febbraio 2019

MINISTERO DELL’ECONOMIA, AUMENTO DELLE TASSE PER IL 2019

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Secondo il Ministero dell’Economia, nel 2019, la pressione fiscale, è destinata ad attestarsi al 42,3% (+0,4% rispetto al 2018). Per il Centro studi della CGIA di Mestre ogni giorno saremo costretti a lavorare per tre ore e mezza per pagare le tasse e solo il prossimo 4 giugno (dopo 154 giorni lavorativi, compresi sabati e domeniche) potremo celebreranno il sospirato giorno di liberazione fiscale (o tax freedom day). Un giorno in più rispetto al 2018. Solo dopo 5 mesi, ciascun contribuente, potrà iniziare a guadagnare per se stesso e per la propria famiglia.

«Nonostante i correttivi apportati in zona Cesarini con il maxiemendamento - afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo - la manovra di Bilancio del 2019 non ha introdotto quello shock fiscale che tutti si attendevano. Anzi, stando alle previsioni elaborate dal Ministero dell’Economia, la pressione fiscale per l’anno in corso è destinata addirittura ad aumentare, dopo 5 anni in cui ciò non accadeva. Oltre a ciò, va segnalato che con la rimozione del blocco dei tributi locali prevista dalla manovra c’è il pericolo che tornino ad aumentare anche il peso delle tasse locali che erano bloccate dal 2016. Senza contare che è necessario disinnescare le clausole di salvaguardia, altrimenti dall’inizio del 2020 subiremo un aumento dell’Iva da far tremare i polsi».

“Con le tasse in aumento e con una platea di servizi erogati dal pubblico che negli ultimi anni è diminuita sia in qualità sia in quantità – segnala il segretario della CGIA Renato Mason – si sono sacrificati i consumi e gli investimenti. Inoltre, è diventato sempre più difficile fare impresa, creare lavoro e redistribuire ricchezza. Alle piccole e piccolissime imprese, in particolar modo, il calo dei consumi delle famiglie ha creato non pochi problemi finanziari, costringendo molte partite Iva a chiudere i battenti”.

Dal confronto con gli altri Paesi europei non emerge un risultato particolarmente entusiasmante. Nel 2017 (ultimo anno in cui è possibile effettuare una comparazione con i paesi Ue) i contribuenti italiani hanno lavorato per il fisco fino al 4 giugno (154 giorni lavorativi), vale a dire 4 giorni in più rispetto alla media registrata nei Paesi dell’area euro e 8 se, invece, il confronto è realizzato con la media dei 28 Paesi che compongono l’Unione europea.

Se confrontiamo il “tax freedom day” italiano con quello dei nostri principali competitori economici, solo la Francia presenta un numero di giorni di lavoro necessari per pagare le tasse nettamente superiore (+23), pur con una quantità e qualità dei servizi nettamente superiore. Mentre tutti gli altri hanno potuto festeggiare la liberazione fiscale con un netto anticipo. In Germania, ad esempio, questo avviene 7 giorni prima che da noi, in Olanda 13, nel Regno Unito 25 e in Spagna 28. Il paese più virtuoso è l’Irlanda; con una pressione fiscale del 23,4 per cento, i contribuenti irlandesi assolvono gli obblighi fiscali in soli 85 giorni lavorativi, cominciando lavorare per se stessi il 27 marzo: 69 giorni prima rispetto al nostro “tax freedom day”.

“Sono già una quindicina le imposte patrimoniali che gli italiani sono costretti a pagare ogni anno – concludono dall’Ufficio studi - nel 2017, ad esempio, tra l’Imu, la Tasi, l’imposta di bollo, il bollo auto, etc., abbiamo versato al fisco 45,7 miliardi di euro. Rispetto al 1990, il gettito riconducibile alle imposte di possesso sui nostri beni mobili, immobili e sugli investimenti finanziari in termini nominali è aumentato del 400 per cento, mentre l’inflazione è cresciuta del 92 per cento. In buona sostanza, in oltre 25 anni abbiamo subito una vera e propria stangata“.

Va segnalato che quasi la metà del gettito complessivo (21,8 miliardi di euro) è riconducibile all’applicazione dell’Imu/Tasi sulle seconde/terze case, sui capannoni, sui negozi e sulle botteghe artigiane.

lunedì 25 febbraio 2019

IN ITALIA STIPENDI FERMI A VENT’ANNI FA. TRA I PIÙ BASSI D’EUROPA

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I dati sono questi: dal 2000 al 2017 gli stipendi dei lavoratori italiani sono aumentati in media soltanto di 400 euro all’anno. Nello stesso periodo, in Germania, si è registrata una crescita media di 5mila euro annui e in Francia di 6mila euro annui. Mentre i lavoratori nel resto del continente europeo hanno guadagnato potere d’acquisto, in Italia hanno pesato il costo della vita e la tassazione. La nostra classe media è scomparsa.

Negli ultimi anni, anche la Spagna, che all’inizio del nuovo millennio aveva un livello medio salariale simile a quello italiano, adesso rileva una distanza reale di circa +2mila euro. I nostri salari si stanno pericolosamente avvicinando a quelli dell’Europa dell’Est in una condizione ambientale e di prospettiva completamente diversa.

Inoltre, i contratti a tempo indeterminato sono sempre più una chimera, mentre quelli a tempo determinato e stage aumentano. Tra il 2012 e il 2017 il numero degli stage è cresciuto del 100%, arrivando a 368mila attivazioni in un anno. La precarietà dei tirocini è cresciuta di oltre il 10% di quelli attivati e riguarda persone di età compresa tra i 35 e i 54 anni (in aumento anche gli over 55). La formazione professionale, motivo dell’introduzione degli stage nel mondo del lavoro, viene ignorata dalla maggior parte delle aziende (schiacciate dalla crisi, dalla burocrazia, dalla pressione fiscale, dalla malagiustizia e dalla malapolitica).

Ciò registra un forte incremento dell’emigrazione. Soltanto nel 2017 hanno lasciato il Paese circa 130mila cittadini italiani, confermando un dato che cresce ogni anno. Secondo i dati elaborati dal centro studi Idos, il numero di italiani che sono emigrati nello stesso periodo raggiungerebbe addirittura 285mila. Secondo l’Istat, il 64% dei 244mila giovani che negli ultimi 5 anni sono andati a cercare un futuro all’estero possiede un diploma o una laurea. È importante ricordare che negli anni Cinquanta lasciavano l’Italia circa 290mila persone ogni anno: stiamo raggiungendo livelli di emigrazione vicini a quelli del secondo dopoguerra.

domenica 24 febbraio 2019

NUORO DEDICA UNA PIAZZA A PASKEDDA ZAU, SIMBOLO DI RIBELLIONE

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Nuoro dedica uno spazio in onore di Paskedda Zau, donna che ebbe il merito di rivoltarsi all'abuso di potere.

Madre di dieci figli, vedova da lungo tempo, ella con le sue parole ebbe il merito di coinvolgere le persone nel suo progetto di riscossa sarda.

Nuoro le dedica uno spazio, d'ora in poi sarà ricordata in eterno. Starà tra Grazia Deledda e Salvatore Satta, simboli della potenza del pensiero Sardo; simboli di una Sardegna che si vuole libera dalle ingombranti intromissioni esterne.

Questi spazi dedicati a personaggi della nostra Terra dovrebbero moltiplicarsi. I simboli sono importanti perché rappresentano la comunità , rilanciano il senso di appartenenza: l'unico vero stimolo che può portare all'autodeterminazione.

Cristian Melis


Cenni storici
di Michele Pintore (da Cronache nuoresi)

La coraggiosa donna nuorese che 26 aprile 1868 al grido di «Torramus a su connottu» e «Ecco su sambene de su poveru» guidò la folla esasperata durante i moti popolari che misero a ferro e fuoco il Municipio di Nuoro.

Un secolo e mezzo fa, esattamente il 26 aprile del 1866, ebbero inizio a Nuoro i primi moti popolari, che due anni più tardi, il 26 aprile del 1868, sarebbero culminati con la famosa sommossa popolare nota come de su Connottu, dal grido di battaglia di una popolazione esasperata, che, a distanza di 80 anni dal 1796 (quando i sardi scesero in piazza al canto di Procurad’ ‘e moderare Barones sa tirannia), dimostravano che la storia di un popolo in lotta contro le oppressioni si ripeteva ancora.

Quel 1796, quando i sardi protestarono contro la tirannia feudale, a guidarli c’era Giovanni Maria Angioi. A Nuoro invece nel 1868 il popolo scese in piazza guidato da una popolana, Pasqua Selis Zau (Nuoro, 1808-1882), nota Paskedda Zau, e il motivo scatenante fu ché l’amministrazione comunale di allora, per “fare cassa” (che in parte doveva concorrere a finanziare gli inglesi della Compagnia della Ferrovie che allora realizzavano le prime strade ferrate sarde), in base alle disposizioni di Legge (2252 del 1865) fu autorizzata ad abolire i diritti di “ademprivio” (diritto di uso civico, ovvero uso comune da parte dei cittadini residenti dei territori comunali) e di mettere in vendita al migliore offerente i terreni comunali interessati.

Tutto questo comportava di conseguenza a pastori e allevatori nullatenenti la mancanza dell’unica fonte di reddito e di sostentamento. Il 2 ottobre del 1867 ci fu l’estrazione dei lotti in base alle richieste fatte dagli interessati nell’attesa di definire la vendita. Il sindaco di allora, don Francesco Gallisay–Serra, all’approssimarsi del 24 aprile del 1868, data ultima imposta per essere messi in vendita i terreni comunali, e consapevole del grande malcontento che questo avrebbe arrecato alla popolazione, si dimise dall’incarico.

A Gallisay subentrò nella carica di sindaco l’avvocato Salvatore Pirisi–Siotto, che restò in carica fino al 23 aprile del 1868; poi si dimise, non prima però, di aver disposto l’affissione di un pubblico manifesto in cui, previa delibera comunale s’intimava ai pastori di lasciare liberi entro tre giorni i terreni comunali che dovevano essere messi in vendita. Per la popolazione non restava altro che tentare di ottenere l’annullamento della delibera. Il clima a Nuoro si faceva sempre più pesante.

Intanto da parte di influenti personaggi componenti della massoneria locale, tra i quali il nobile don Gavino Gallisay-Serra (fratello del sindaco dimissionario) e il dott. Giuseppe Cottone, la notte tra il 21 e 22 aprile si inscenò una manifestazione di protesta sotto le finestre dell’Episcopio contro il vescovo di Nuoro mons. Salvatorangelo Demartis (accusato di essere un sobillatore del popolo contro le istituzioni) al grido di: “morte al papa, abbasso i Paolotti, vivano i massoni e fuori il vescovo”. In città c’era già aria di sommossa.

La domenica del 26 aprile, nel piazzale della Cattedrale si era formata una piccola folla di cittadini, nei pressi della sede della Sottoprefettura, nell’estremo tentativo di un intervento di revoca del provvedimento da parte del Sottoprefetto Giovanni Pes di San Vittorio. Verso mezzogiorno la sommossa era già in atto. Una folla vociante proveniente da diversi punti della città (inizialmente di circa 300 persone) si mosse verso Palazzo Martoni, allora sede del Comune di Nuoro (attuale Via Chironi 5), ad aizzarla era Paskedda Zau, una popolana nuorese che con una bandiera in mano (in realtà si trattava di un bastone cui aveva issato una sottoveste) guidò la turba al grido di “torramus a su connottu”. Spettatore dello storico evento fu il poeta in limba Salvatore Rubeddu (1847 – 1891) il quale, allora ventunenne, assistette ai fatti traendone poi spunto per una delle sue poesie più famose: Passio – A su Connottu.

Dalla poesia di Rubeddu, scritta in un ermetico latino maccheronico (volutamente provocatorio, dal momento che il poeta era notoriamente considerato un convinto anticlericale), è possibile una ricostruzione dei fatti e i ruoli dei vari protagonisti: a cominciare da Paskedda Zau che arringò la folla, e che risulta che fosse spalleggiava da sua figlia Tonia, che, evidentemente trovandosi di fronte a qualcuno, che a quanto farebbe pensare Rubeddu intendeva sbarragli il passo, a sua volta gli gridò: «Arga de muntonarju, non sun sos benes de babbu tuo!» (Immondezza da letamaio, quello che chiediamo non sono certo i beni di tuo padre). Sempre secondo a quanto scritto da Rubeddu, nello scontro ci fu un intervento di Paskedda, che rivolta alla figlia (ma riferendosi evidentemente a qualcuno che intendeva ostacolarla) disse: “Veni deretro Toniam, sa cosa l’isperto deo» (tu Tonia fatti da parte, perché la questione me la voglio sbrigare io). Ci fu quindi l’assalto a Palazzo Martoni (sede del Municipio), in cui Paskedda afferrò con i denti dei documenti, esclamando: «Ecco su sambene de su poveru» (ecco il sangue del povero). Sempre stando al testo di Rubeddu, dal rione di San Pietro giunse una popolana, Tonia Porcu, al grido di «Iscubilae» (venite fuori dall’ovile), rivolto ai cittadini nuoresi, e ancora rivolta ai componenti del Consiglio Comunale: «Chi non si ponzan cussa abba santa» (Che non si segnino con quell’acqua benedetta), e poi «A fora su Cossizzu» (Fuori il Consiglio Comunale). E ancora, una popolana Mariantonia mamoiadina (dal paese di provenienza) «Corfu e balla, nos cherene a sa limusina» (Che vi possa colpire un colpo di palla – di fucile-, vogliono ridurci all’elemosina).

Intanto una certa Tonia Ormena si fece avanti con una scure per abbattere la porta del Municipio, mentre suo figlio Berritta, armato di fucile, attaccava la truppa e mentre un tal Ghisau venne alle mani con il capitano dei Carabinieri, Demontis al colmo dell’ira nel tentativo di strappare la bandiera che sovrastava l’ingresso, ne ebbe un forte pugno in testa, tanto da procurargli una ferita sanguinante.
Un tale Pintor prese invece la bandiera e corse gridando «A su connottu, a su connottu», mentre Moritta dalla casa adiacente dei Corbu (casa dell’avvocato Pasquale Corbu, adiacente a Palazzo Martoni), rivolta a un certo Turudda (evidentemente di parte avversaria) gridava: «Bae ja t’arranzo deo» (Vedrai che t’aggiusto io). A questo punto la folla fece irruzione nella Casa Comunale mettendola a soqquadro, e, disarmata la Guardia Nazionale prese a devastare con l’evidente volontà di distruggere la documentazione dei piani di lottizzazione dei terreni comunali. Tra l’altro nel rogo finirono anche i registri di Stato Civile, la cui compilazione era stata avviata il primo gennaio del 1866.

Nel tentativo di sedare gli animi più esasperati ebbe un ruolo determinante il comandante della locale compagnia dei R. Carabinieri, il capitano Giacomo Brunero, che provvide anche a numerosi arresti.

In totale gli arrestati furono 69, tutti accusati di aver causato disordini e saccheggio, mentre 10 furono gli accusati di esser stati promotori e istigatori: il nobile don Gavino Gallisay – Serra, il medico dott. Giuseppe Cottone, lo scrivano Gavino Corbu, l’insegnante Giuseppe Floris Puggioni, il proprietario Pasquale Guiso Manca, l’impiegato Michele Deledda, il sacerdote teol. Giovanni Nieddu, il sacerdote teol. Ignazio Serra, il sacerdote Sebastiano Deledda (zio di Grazia Deledda) e il sacerdote Salvatore Veracchi. Gli imputati furono inviati a processo presso la Corte d’Appello di Cagliari.

Ben presto però ci si rese conto che in sostanza la sommossa non era stata altro che una guerra tra poveri dettata dalla mancanza di lavoro e per la sopravivenza; per cui su intervento del deputato Giorgio Asproni il ministro di Grazia e Giustizia Defilippo decretò la concessione di un’amnistia che fu firmata il 29 novembre del 1868 da Vittorio Emanuele II.

Tuttavia, nel 1871, quando a ricoprire la carica di sindaco di Nuoro, fu chiamato nuovamente l’avvocato Salvatore Pirisi-Siotto, visto il perdurare dell’occupazione dei terreni comunali da parte dei pastori non acquirenti, questo fece affiggere nuovamente un manifesto dove s’intimava lo sgombero entro 15 giorni dei lotti già assegnati in precedenza, per essere messi a disposizione dei nuovi acquirenti.

Gli assegnatari perfezionarono i pagamenti, e quindi successivamente, nel 1872, con rogito del notaio Cossellu di Orani la vendita dei lotti poteva considerarsi conclusa.


sabato 23 febbraio 2019

OLTRE TREMILA SARDI EMIGRATI NEL 2018: RECORD STORICO DELL’ULTIMO VENTENNIO

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Nel 2018, 3288 sardi, soprattutto giovani, hanno lasciato la Sardegna in cerca di lavoro e di opportunità: il flusso migratorio – più che raddoppiato rispetto ai livelli dello scorso anno – rappresenta per la Sardegna il record storico dell’ultimo ventennio e contribuisce ad accelerare l’inesorabile e preoccupante declino demografico che sta interessando la nostra regione. È quanto si evince da un report del Centro studi della Cna Sardegna che analizza i recenti dati dell’Istat sui flussi della popolazione residente nell’Isola.

Le ultime statistiche confermano infatti il trend negativo emerso in maniera sempre più netta nel corso dell’ultimo quinquennio: alla fine del 2018 la popolazione residente registrata in Sardegna è di un milione e 639mila, quasi 9mila abitanti in meno rispetto all’anno precedente, Con un decremento netto del -5,4% l’Isola si colloca ben al di sopra del calo medio nazionale (-1,5%) e supera anche la variazione media delle regioni del Mezzogiorno (-4,2%). Vanno peggio della Sardegna solo Basilicata (-6,0‰) e Molise (-7,8‰).

All’origine del problema – evidenzia il report della Cna Sardegna – c’è il rilevantissimo flusso di popolazione in uscita, stimato nel 2018 in quasi 3.300 individui, principalmente giovani, che dall’Isola sono emigrati verso altre regioni italiane. Nel 2018 si è poi notevolmente ridotto il numero degli stranieri con un decremento di 2.466 unità: -32% rispetto all’anno precedente: nel 2018 il saldo tra flussi in uscita e flussi in entrata è stato di 822 residenti in meno. Secondo i vertici Cna, “se la Sardegna non riuscirà ad invertire la rotta saranno sempre più i giovani sardi che cercheranno fuori dall’isola opportunità lavorative e di vita, determinando un impoverimento sempre più marcato del tessuto socio-economico della nostra regione”.

Sardiniapost.it

venerdì 22 febbraio 2019

LATTE OVINO DA COMMODITY AD ECCELLENZA: È POSSIBILE?

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La grande crisi della filiera ovina da latte sta mettendo a dura prova l’esistenza di un comparto produttivo della Sardegna fondamentale per l’Isola, non solo da un punto di vista economico ma anche culturale e sociale. Infatti l’allevamento pastorale della pecora coinvolge l’intera Isola con tutte le sue declinazioni, che spaziano dalla gestione del territorio e quindi del paesaggio ad una miriade di attività economiche connesse all’allevamento: ditte sementiere, mangimistiche, officine meccaniche e contoterzisti, laboratori di analisi e studi privati ed agenzie pubbliche di consulenza aziendale (agronomi, veterinari e tecnici vari).

A valle dell’azienda poi troviamo l’ampia rete di trasformazione (oltre 70 caseifici cooperativi e privati) e di commercializzazione dei prodotti. Ben oltre le 12mila famiglie di allevatori vivono di questa industria diffusa, che non timbra il cartellino ma ogni giorno, per oltre 6 mesi, si alza all’alba per la mungitura e spesso rincasa tardi per ricoverare il bestiame. Quasi mai si fa riferimento all’aspetto identitario che questa attività rappresenta: la Sardegna è l’isola delle pecore da latte e dei suoi pastori, un ulteriore valore aggiunto al prodotto finale con valenza turistico-culturale, anche volendo escludere da ciò l’aspetto folcloristico.

Il ruolo dell’allevatore e dell’azienda agraria è fondamentale in questa filiera in considerazione del fatto che spesso della filiera latte si parla solo del prodotto finale (latte o formaggio) in modo sempre più frequente ed anonimo. Tanto è vero che in questi ultimi giorni a molti non sarà sfuggito un termine che è passato nei vari comunicati stampa associato al Pecorino Romano in particolare: questo termine è “commodity” e fa riferimento ad un prodotto che apparentemente è standardizzato e sul mercato vale un tot, a prescindere che venga prodotto in America, Asia, Europa o Africa.

Siamo veramente sicuri che il latte che proviene dall’allevamento ovino sardo, che si basa su un sistema di allevamento estensivo basato sul pascolo sia equivalente al latte ovino prodotto in Francia o Spagna? Si badi bene che questo intervento non è volto a stabilire delle classifiche italiane/europee/mondiali, ma vorrebbe rendere il lettore maggiormente consapevole sull’importanza della qualità del latte e dei formaggi ovini sardi, che va al di là dei pre-requisiti sanitari (contenuto di cellule somatiche, carica batterica, inibenti/antibiotici etc. ).

Al riguardo, presso il centro di ricerca Agris di Bonassai, da oltre 20 anni si stanno portando avanti degli studi che hanno l’obiettivo di valutare l’effetto che il pascolo è in grado di esercitare sulle caratteristiche qualitative del latte sia in termini nutrizionali che edonistici. Questi studi hanno in parte cercato di dare risposta alla campagna denigratoria nei confronti dei prodotti di origine animale basata sugli effetti negativi dei grassi saturi animali sulla salute del consumatore.

Grazie anche ad un progetto finanziato dall’UE, i ricercatori di Agris (ex-Istituto Zootecnico e Caseario per la Sardegna con sede a Bonassai (Olmedo, SS)) hanno potuto verificare che il latte ovino ottenuto al pascolo possiede un contenuto in acidi grassi polinsaturi (categorie di molecole positive nei confronti della salute umana) superiore a quello che si trova nel latte di  pecore allevate in stalla. Su questo aspetto, qualcuno potrebbe opinare che utilizzando delle integrazioni lipidiche (esempio: olio di lino) i livelli elevati si ottengono anche con animali in stalla.

Peccato che queste integrazioni siano piuttosto costose e poco remunerative per gli allevatori. Inoltre, gli studi svolti a Bonassai hanno evidenziato che il latte proveniente da pecore al pascolo possiede dei livelli di acid grassi Ω-3 (in particolare EPA e DHA) superiori rispetto a quello di pecore allevate in stalla. La cosa interessante è che questi livelli rimangono sempre a vantaggio degli ovini allevati al pascolo, nonostante gli animali in stalla vengano integrati con oli di lino, con costi di produzione nettamente minori nei primi che nei secondi.

Quindi i nostri studi indicano chiaramente come i pascoli “marchino” positivamente la componente acidica del latte, utile al fine di poter favorire la salute del consumatore. Tutto questo però avviene perché le piante foraggere verdi utilizzate direttamente dagli animali possiedono dei meccanismi intrinseci che permettono tutto ciò.

Ad esempio contengono delle sostanze come i tannini o la polifenolossidasi che le proteggono rispettivamente dall’attacco di insetti fitofagi e di funghi patogeni e che preservano gli acidi insaturi nella loro forma originaria, prevenendo fenomeni di bio-idrogenazione ruminale nel primo caso, e di ossidazione nel secondo. Con la fienagione l’azione di questi composti si riduce ed i  precursori dell’erba di composti bio-attivi positivi per il profilo salutistico dei formaggi diminuiscono e così vengono inattivate alcune componenti che permettono un maggiore trasferimento di acidi grassi insaturi dal pascolo al latte.

Quindi un formaggio ottenuto da latte ovino di pecore alimentate con fieno ed insilati (caso frequente in Francia e Spagna) non è simile ad un formaggio derivante da latte di pecore allevate al pascolo (caso tipico dell’allevamento pastorale della Sardegna).

Gli studi di Bonassai hanno inoltre consentito di verificare che non tutte le essenze foraggere si comportano allo stesso modo e che sicuramente la Sulla (Hedysarum coronarium), molto presente in Marmilla, area centro-occidentale dell’Isola, grazie al maggiore contenuto di acido linolenico e tannini permette il raggiungimento di maggiori livelli di acido linolenico e acido linoleico coniugato (l’ormai famoso CLA) nel latte e nel formaggio rispetto per esempio ad un pascolo costituito da avena o da loglio.

Tutto questo per dire come, dal punto di vista nutrizionale, i prodotti caseari ottenuti dal pascolo possano avere un appeal notevole. Altro aspetto molto importante riguarda la capacità che hanno i pascoli di innalzare non solo il contenuto di vitamine fondamentali nella nutrizione dell’Uomo (Vitamine A ed E) ma anche il grado di protezione antiossidante.

In poche parole i grassi insaturi contenuti nel formaggio ovino prodotto in Sardegna con un sistema che si basa prevalentemente sul pascolo, tendono ad ossidarsi meno rispetto ai grassi provenienti da alimenti di origine animale provenienti dalla stalla contribuendo in questo modo a migliorare il rapporto Ω3/Ω6. Aspetti altrettanto sorprendenti provengono anche dai risultati dagli effetti positivi dei pascoli sulle caratteristiche sensoriali/edonistiche di latte e formaggi.

I nostri studi ancora una volta indicano la superiorità di latte i formaggi provenienti da pascoli hanno maggiori contenuti di composti terpenici rispetto al latte e al formaggio ottenuti da animali allevati in stalla. Inoltre ciò che notiamo con sempre maggiore frequenza è che questi effetti “edonistici” sono fortemente modulati dalla presenza di diverse famiglie botaniche.

Per esempio, introducendo in un pascolo binario costituito da medica polimorfa (una medica annuale) e loglio una terza componente foraggera costituita dal crisantemo coronario (una composita) si nota un incremento dei composti terpenici e di alcune aldeidi. Infine le ultime indicazioni sugli studi che stiamo svolgendo presso il centro di Bonassai mettono in evidenza come anche altre molecole presenti soprattutto nel latte di animali al pascolo ad azione edonistica e salutistica possano giocare un ruolo importante ai fini di una ulteriore valorizzazione dei prodotti.

E’ il caso dei composti fenolici che stiamo vedendo essere particolarmente presenti soprattutto quando gli animali si nutrono di leguminose e composite, di cui i nostri pascoli naturali sono particolarmente ricchi. Teniamo presente che attualmente molte aziende lattiero-casearie“ multinazionali aggiungono ai latticini “in laboratorio” queste componenti fenoliche al fine di aumentare l’azione salutistica dei prodotti nei confronti della salute umana.

In sintesi, i risultati delle nostre ricerche fanno ben sperare affinché si possa superare almeno in parte il concetto di “commodity” tout court riferito ai prodotti lattiero caseari ovini. I pascoli della Sardegna già oggi sono in grado di differenziare il latte ovino in base al profilo acidico, che, si badi bene non è solo salute ma è anche valore sensoriale cioè gusto/aroma.

E’ possibile ed auspicabile che proprio queste differenze rispetto alle “coomodity” siano alla base dello sviluppo del nostro settore caseario ovino che non va declinato in termini di campanile  ma di biodiversità sensoriale oltre che salutistica che può dovutamente complementare, anche a costo di spendere qualcosa in più, una dieta basata su alimenti standard, igienicamente ineccepibili ma senza specifiche virtù nutrizionali/sensoriali.

Tutto questo oggi lo possiamo affermare sulla base di dati scientifici che, possono aiutare a sviluppare  strategie di allevamento  (intensivo vs estensivo) piuttosto che tecnologie di trasformazione (uso esclusivo di starters o ricorso a tecnologie casearie che si basano sulla valorizzazione della materia, attraverso la produzione di formaggi a latte crudo) capaci di massimizzare il valore aggiunto dei nostri prodotti pastorali.

E’ logico che un allevamento ovino situato nelle colline rocciose della Sardegna dell’interno (esempio in Ogliastra) non potrà mai raggiungere i livelli produttivi di un’azienda situata nella pianura del Campidano; questa apparente penalità in termini produttivi potrebbe essere equilibrata dalla maggiore qualità delle produzioni che l’azienda ovina ogliastrina potrebbe esprimere, grazie ad un latte più ricco probabilmente in composti aromatici.

Va anche detto che per poter esplicare al massimo queste potenzialità nutrizionali ed ,“edonistiche”, il formaggio prodotto in Ogliastra dovrà essere trasformato applicando  una tecnologia “a latte crudo”, che non è facile, e che richiede un buon livello di preparazione del tecnico casaro. Ora oggi abbiamo a disposizione degli strumenti per caratterizzare questi latti “nobili” che prima non avevamo: profilo acidico, vitamine, grado di protezione antiossidante, fenoli e la valutazione  sensoriale.

Si tratta ora di valorizzare questi dati, probabilmente creando una sorta di etichetta del formaggio che riporta la storia del prodotto e le sue caratteristiche, che vanno oltre la macro-composizione (grasso e proteine totali e kilocalorie). Una proposta potrebbe essere quella di dare un “premio” a quel latte che proviene dai sistemi pascolivi non solo grazie alla componente salutistica edonistica ma anche perché questi sistemi di allevamento potrebbero essere maggiormente sostenibili dal punto di vista ambientale.

Sembra quasi osare l’impossibile ma l’industria lattiero casearia Olandese da una premialità per il latte bovino al pascolo pari a circa 5 centesimi di euro per litro. Si tratta di offrire delle nuove opportunità ai consumatori, cercando di tenere legati al territorio di origine le nostre produzioni esaltandone le differenze e rendendole inimitabili diversificando le produzioni anche sulla base del sistema di allevamento che non deve essere vista come una contrapposizione piuttosto come una strategia manageriale dell’azienda stessa.

Tutto questo però non è sufficiente: bisogna pensare al futuro: a questo riguardo si deve ripartire dalla scuola dove i nostri bambini si formano. Bisogna trasmettere alle nuove generazioni, ai nostri ristoratori ed eno/gastronomi queste nuove conoscenze al fine di informare e formare i consumatori di oggi e domani: il mangiare non deve essere assumere cibo a sazietà ma un piacere da gustare, possibilmente in compagnia, con i sensi e con la mente.

A questo riguardo, I formaggi “da erba” di Sardegna hanno tutte le caratteristiche per poter entrare a buon diritto nel menu del consumatore “consapevole” del secondo millennio.

Andrea Cabiddu
Giovanni Molle



* Agris, Agenzia per la Ricerca in Agricoltura, Località Bonassai, 07040 Olmedo Sassari

È L’ALCOL IL MALE DEL NOSTRO TEMPO. UCCIDE PIÙ DELLA DROGA E DEL FUMO

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L’alcol è la sostanza psicotropa che miete più vittime in termini di dipendenza, rispetto a fumo, droghe sintetiche e cocaina: dal 2008 al 2017 in Italia sono stati 435mila i morti per malattie alcol-correlate, incidenti, omicidi e suicidi ad esso dovuti. Non solo. E' la sostanza che dà più dipendenza, e si tratta di un fenomeno in ascesa: si beve ovunque, a qualunque ora, sempre più lontano dai pasti e soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione. Oltre 6 italiani su 10 mettono l’alcol in relazione alla convivialità, al relax, al piacere e alla spensieratezza (63,4%); solo un quarto, al contrario, lo associa a concetti negativi, come la fuga dai problemi, la perdita di controllo e il pericolo (25,6%)”. È quanto emerge dall''Indagine sull’alcolismo in Italia realizzato nell’ambito delle attività previste dall’Osservatorio permanente Eurispes-Enpam su "Salute, previdenza e legalità", riportato anche dalla stampa.

Si tratta di un’indagine che ha coinvolto giovani studenti, adolescenti, cittadini e medici: “il fenomeno è stato osservato attraverso tre diverse indagini campionarie, ciascuna delle quali disegna un quadro completo di come sono cambiate e stanno cambiando le abitudini del bere nel nostro Paese, di quanto sia diffuso e radicato il fenomeno tra i giovani, di come si è modificata l’immagine del consumatore, anche e soprattutto come conseguenza dei messaggi trasmessi dai media”.

Dallo studio emerge che “l’alcolismo è percepito dai cittadini italiani maggiorenni come problema sociale in meno netto rispetto a trent’anni fa (oggi lo ritiene un problema rilevante il 35,4% rispetto al 66% del 1984, anno della prima indagine Eurispes). Alla metà degli intervistati capita, infatti, di eccedere con l’alcol, anche se "qualche volta" (47,7%), ovvero il 14% in più rispetto al 2010 (22esimo Rapporto Italia, Eurispes). E lo si fa per diverse ragioni: il 28% per "piacere" (nel 2010 la quota era del 49,4%), un quarto per "stare meglio con gli altri" (il 12,1% in più rispetto al 2010), il 23,7% per "rilassarsi" (l’8,8% in più rispetto al 2010), il 9,2% per "affrontare una situazione complicata" (contro il 2,6%), il 2,2% per "reagire a un insuccesso" (contro l’1,2%)”.

Per i medici “emerge una scarsissima correlazione tra emarginazione sociale e alcolismo e, anzi, per oltre 7 medici su 10, le motivazioni di chi ha dipendenza da alcol non sono legate a problemi o disagi, ma piuttosto ad una ricerca di divertimento e di sballo".

Il 40% degli intervistati maggiorenni ammette di essersi messo alla guida dopo aver bevuto in modo eccessivo, a cui si aggiunge un decimo dei giovanissimi. Più di 8 italiani su 10 ritengono che lo Stato abbia fatto poco per contrastare il fenomeno dell’alcolismo (84,1%); il 60% si dice favorevole ad una regolamentazione del consumo.

I giovani italiani iniziano a bere sempre più presto: “oltre la metà dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni ha bevuto il primo bicchiere tra gli 11 e i 14 anni (52,8%), e la maggioranza netta degli adolescenti tra gli 11 e i 19 anni beve alcolici. Oltre la metà lo fa "qualche volta" (51,6%); l'8,2% "spesso". In particolare, tra i 15-19enni la percentuale di chi beve "qualche volta" sale al 65% e solo 2 su 10 sono astemi. L'indagine rivela che la bevanda alcolica più consumata dai giovanissimi è la birra, seguono il vino, shottini e superalcolici”.

“Il drink alcolico - osservano gli esperti - è considerato una sorta di "rito di passaggio sociale" che caratterizza la fine dell'infanzia. E il tradizionale divario tra i due sessi risulta oggi assai più contenuto rispetto al passato. Un terzo degli intervistati ha ammesso di aver giocato con gli amici a chi beve di più (33,1%) e una identica percentuale rivela di aver visto un amico o un conoscente riprendersi o farsi riprendere in video mentre beveva.

Si tratta di uno spaccato allarmante di una società fortemente malata, in un’epoca post moderna e radicalmente conformista, che vive senza difese un modello di non civiltà ampiamente indotto. I giovani sono vittime: il loro futuro è condizionato, prima dalle promesse non mantenute, poi dalle minacce di una visone rigidamente distruttiva, in cui l’uomo imprigionato e contrattualizzato non conta nulla. Ognuno deve salvarsi da solo: è questa la linea tracciata; è questo il solco che ci hanno spinto a percorrere, ma che conduce alla definitiva dissoluzione. Il continuo bisogno di protezione da tutto e da tutti per sopravvivere ci rende ancora più vulnerabili perché liberi dai principi e dai divieti.

Uscire dall’utopia modernista e della solitudine dell’onnipotenza individualista ed umana diventa fondamentale, per ricostruire legami comunitari, affettivi e valoriali.

Claudia Giannotti

VERTENZA LATTE, SGUARDO SUL REALE: OLTRE LA RAZIONALITÀ TUTTO DIVENTA SPRECO

L'immagine può contenere: 6 persone, persone che sorridono, persone in piedi e spazio all'aperto

Quanto accade in Sardegna, archiviato, molto frettolosamente, come questione "prezzo del latte", se non è una rivolta ne contiene perlomeno i sussulti, le anticipazioni che possono, da un orecchio fino, essere udite in lontananza.

Può essere che il riconoscimento di un prezzo del latte, capace di garantire un adeguato ristoro, possa anche servire, in prima battuta, a quietare gli animi, ma non a spegnere la rabbia profonda. Per dire, insomma, che non è solo una questione economica, pur rilevante e impeditiva -per come configurata- di una dignitosa condizione di vita e di lavoro.

Il prezzo del latte, dicono gli economisti puri (quelli cioè che tutto rappresentano avendo come unico e sacrale riferimento nel dominio dell'economia), è il frutto del mercato, ovvero dell'incontro tra domanda e offerta e dunque il suo fluttuare dipenderebbe dalla qualità della programmazione messa in atto. Detta così tutto porta ad individuare tra industriali, cooperative, consorzi e gli stessi allevatori i responsabili della disfunzione da cui trae origine la stessa protesta.

Le regole del gioco sono proprio queste, con una necessaria e non secondaria annotazione: a stabilirle non sono stati i piccoli produttori, bensì i mercati globalizzati, che fondano le loro valutazioni unicamente sulla quantità dei prodotti. D'altra parte c'è il pastore, o il contadino, che vive, tra mille sacrifici, una sua magica realtà poiché ancora si sente libero, e sente anche il peso di una grande responsabilità: quella di dover vivere in simbiosi con la natura che lo circonda.

I contorni della vicenda hanno pertanto motivazioni più ampie, più profonde. Ciò che è messo in discussione è il modello di sviluppo, l'economia padrona, il modernismo a tutti i costi ivi compresi la dignità dell'uomo, l'identità, le radici e la stessa libertà.

Gianluigi Scalas

domenica 17 febbraio 2019

LA SINDROME DEL MARSHMALLOW E LE DECISIONI DEI POLITICI

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Ricordate i marshmallow? Quei dolcetti zuccherosi e morbidi che Charlie Brown e suoi amici arrostivano, seduti intorno al fuoco, durante le sere al campeggio estivo. Ora immaginate di prendere uno di questi dolcetti e regalarlo ad un bambino di sei anni dicendogli, però, di non mangiarlo, perché se riuscirà a resistere alla tentazione per quindici minuti, scaduto il tempo, ne riceverà un altro. E allora, sì, sarà libero di mangiarsi in santa pace i suoi due marshmallow.

Quanti bambini resisterebbero? Per quanto tempo? Queste erano alcune delle domande che lo psicologo Walter Mischel, allora all'Università di Stanford, pose alla base di una serie di esperimenti condotti alla fine degli anni Sessanta. (Mischel W., et al. 1972. “Cognitive and attentional mechanisms in delay of gratification”. Journal of Personality and Social Psychology. 21(2), pp. 204–218). Ad uno ad uno, i bambini, di età compresa tra i 4 e i 6 anni, venivano fatti accomodare in una stanza dove ricevevano un dolcetto dallo sperimentatore. Prima di uscire, con una scusa, dalla stanza, lo stesso comunicava al bambino che se avesse aspettato a mangiare il dolcetto, fino al suo ritorno, ne avrebbe ricevuto un secondo in regalo. L'esperimento venne ripetuto innumerevoli volte in diverse configurazioni, su centinaia di bambini, e i risultati mostrarono che solo un terzo dei partecipanti era in grado effettivamente di aspettare i quindici minuti necessari per ottenere il secondo dolcetto. Alcuni cedettero subito, altri dopo periodi più o meno lunghi di resistenza. Mischel e i suoi collaboratori seguirono negli anni successivi tutti i bambini, nella loro adolescenza e poi verso la maturità, continuando a tenere nota dei loro comportamenti, dei risultati scolastici e dei loro successi e insuccessi nel mondo del lavoro e nella vita.

Analisi successive, sulla base dei dati raccolti in tutti quegli anni, mostrarono l'esistenza di una forte correlazione tra la capacità di rimandare una immediata gratificazione, misurata con il tempo di attesa prima di decidere di mangiare il dolcetto, e i risultati scolastici dei ragazzi, la loro forma fisica, la loro capacità di gestire ansia e stress. Uno studio condotto con la risonanza magnetica funzionale su alcuni dei partecipanti all'esperimento originale, oramai diventati adulti, ha mostrato che il cervello dei “resistenti” aveva subito un processo di sviluppo differenziato rispetto a quello dei “non resistenti”, in due componenti fondamentali: la corteccia prefrontale e lo striato ventrale; aree implicate, rispettivamente, nelle funzioni cognitive superiori e nella pianificazione e ricompensa.

Lo studio di Mischel diede vita ad un forte dibattito, a diverse interpretazioni e ad una miriade di studi successivi. Forse il più ambizioso di questi venne progettato agli inizi degli anni Settanta e coinvolse tutti i 1037 bambini nati tra l'aprile 1972 e il marzo 1973 nella cittadina di Dunedin in Nuova Zelanda (Moffitt T., et al. 2011. “A gradient of childhood self-control predicts health, wealth, and public safety”. PNAS, 108(7), pp. 2693-2698). Dopo la nascita, a scadenze regolari, ogni aspetto della vita di questi bambini, dalle caratteristiche della famiglia di origine, fino all'evoluzione della personalità, con particolare riferimento all'autocontrollo, all'impulsività e all'aggressività venne valutato, misurato e registrato, dalla nascita fino ad oggi, che quei bambini sono diventati quarantenni. Tutti i parametri rilevati sono poi stati messi in relazione con gli esiti e i risultati più rilevanti nelle vite di queste persone, facendo emergere alcune conclusioni sorprendenti. Indipendentemente da fattori come il quoziente intellettivo e la classe sociale di provenienza, la capacità di autocontrollo ha influenzato significativamente varie dimensioni della vita, fisica, economica, sociale, affettiva: punteggi più alti nei parametri che misurano l'autocontrollo, infatti, sono associati ad una salute migliore, al minor rischio di sviluppare dipendenza da alcool e droghe, ad una migliore situazione finanziaria, ad un minor rischio di condotte criminali.

Partendo dal “marshmallow test” fino agli studi più recenti, l'interesse per il tema dell'autocontrollo, dell'impulsività, dell'akrasia, come direbbero i greci, non riguarda solo psicologi e neuroscienziati, genetisti e sociologi, ma ci riguarda tutti. Riguarda il futuro dei nostri figli, la sostenibilità delle nostre istituzioni economiche e politiche, il sistema giudiziario e quello sanitario. Le differenze individuali nelle capacità di autocontrollo dovrebbero diventare una variabile chiave nelle politiche economiche e sociali di governi moderni e lungimiranti. Dato che gli effetti sono stati dimostrati, occorrerebbe ora intervenire sulle cause. E siccome sappiamo che queste capacità sono malleabili, e cose come la coscienziosità, l'auto-disciplina, la perseveranza, si possono apprendere e sviluppare, dovrebbero diventare parte dei programmi educativi innovativi e non lasciate totalmente al caso. Sono necessari interventi precoci - prima si interviene, infatti, più efficace è l'intervento. Dati gli effetti così rilevanti che la struttura della personalità può determinare per il futuro dei nostri figli, sarebbero auspicabili programmi di supporto da attivare già prima che i bambini entrino a scuola.

Quello che osserviamo oggi, invece, è che le famiglie con bambini piccoli, in Italia, sono proprio i soggetti più vulnerabili e marginali nelle politiche di welfare e scolastiche; non è un caso che siano proprio questi i soggetti a maggiore rischio di povertà.

A chi dice, come il ministro dell'Istruzione Bussetti, che alla scuola non servono più risorse, perché i risultati si ottengono con maggiore impegno, lavoro e sacrificio, si può rispondere che questo è certamente vero, ma poi bisognerebbe chiedere di spiegare da dove vengono, a loro volta, impegno, lavoro e sacrificio. Sono frutto del caso o di condizioni famigliari e di contesto socio-economico favorevoli? Aver frequentato un asilo nido, per esempio, fa aumentare del 39% la probabilità di ottenere risultati elevati anche se si proviene da una famiglia disagiata. Una scuola che offre attività extracurriculari, invece, fa aumentare questa probabilità del 127%; se poi la scuola è anche dotata di infrastrutture adeguate allora la percentuale passa al 167%. Al contrario, se si vive in un ambiente ad alta criminalità o ad alta dispersione scolastica allora si ha una riduzione del 30% e del 70% rispettivamente (Save the Children, “Nuotare contro corrente. Povertà educativa e resilienza in Italia”, 2018). Questo legame perverso tra svantaggio “ereditato” e povertà educativa andrebbe spezzato attraverso l'offerta di servizi educativi innovativi e di qualità e l'attivazione di percorsi mirati tra i bambini e gli adolescenti più fragili e svantaggiati.

Se vogliamo cambiamenti efficaci sui fronti più caldi della cittadinanza, dell'economia, della legalità e dell'ambiente, non possiamo non partire dall'educazione e dalle sue precondizioni. Perché come scriveva su Avvenire, qualche tempo, fa il poeta Davide Rondoni: «Chi parla assennatamente di cambiamento di una società, sa bene che il luogo dove esso si realizza è la dimensione educativa. I cambiamenti o sono di tipo educativo oppure sono superficiali o violenti […] Non crediamo a ricette miracolose, ma un buon inizio può essere porsi le domande giuste». La scienza ci aiuta a porre le domande giuste e a volte ci dà perfino qualche buona risposta. Avremmo bisogno con urgenza crescente di una classe di decisori politici, che invece di irridere scienziati e intellettuali, prenda atto di questo e magari agisca di conseguenza, con coerenza ed efficacia. Il mondo va veloce mentre l'Italia rischia sempre più di rimanere di lato, a guardare.


di Vittorio Pelligra (Il Sole 240RE)

venerdì 15 febbraio 2019

I VIZI CAPITALI DI QUESTO SECOLO

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Non è forse vero che il consumo sollecita la produzione, e l’incremento di produzione aiuta la crescita che tutti i paesi assumono come indicatore di benessere e si allarmano quando oscilla intorno allo zero? 

Perché il consumismo è un vizio se è vero che mette alla portata di tutti una serie di scelte personali che un tempo erano riservate solo ai ricchi? 

E cioè una varietà di alimenti che i nostri vecchi si sognavano, possibilità d’abbigliamento sconosciute alle generazioni precedenti, una serie infinita d’elettrodomestici che riducono la fatica in casa regalando, a chi ci vive, tempo libero per altre e più proficue attività? 

Perché il consumismo è un vizio? Perché crea in noi una mentalità a tal punto nichilista da farci ritenere che solo adottando, in maniera metodica, e su ampia scala, il principio del consumo e della distruzione degli oggetti, possiamo garantirci identità, stato sociale, esercizio della libertà e benessere. Ma vediamo le cose più da vicino. 

1. La circolarità produzione-consumo 
E' noto che produzione e consumo sono due aspetti di un medesimo processo, dove decisivo è il carattere "circolare" del processo, nel senso che non solo si producono merci per soddisfare bisogni, ma si producono anche bisogni per garantire la continuità della produzione delle merci. Là infatti dove la produzione non tollera interruzioni, le merci "hanno bisogno" di essere consumate, e se il bisogno non è spontaneo, se di queste merci non si sente il bisogno, occorrerà che questo bisogno sia "prodotto". A ciò provvede la pubblicità, che ha il compito di pareggiare il nostro bisogno di merci con il bisogno delle merci di essere consumate. I suoi inviti sono esplicite richieste a rinunciare agli oggetti che già possediamo, e che magari ancora svolgono un buon servizio, perché altri nel frattempo ne sono sopraggiunti, altri che "non si può non avere". In una società opulenta come la nostra, dove l’identità di ciascuno è sempre più consegnata agli oggetti che possiede, i quali non solo sono sostituibili, ma "devono" essere sostituiti, ogni pubblicità è un appello alla distruzione. 

2. Il principio della distruzione
Si tratta di una distruzione, ma se l’espressione vi pare troppo forte usiamo pure la parola "consumo", che non è "la fine" naturale di ogni prodotto, ma "il suo fine". E questo non solo perché altrimenti si interromperebbe la catena produttiva, ma perché il progresso tecnico, sopravanzando le sue produzioni, rende obsoleti i prodotti, la cui fine non segna la conclusione di un’esistenza, ma fin dall’inizio ne costituisce lo scopo. In questo processo la produzione economica usa i consumatori come suoi alleati per garantire la mortalità dei suoi prodotti, che è poi la garanzia della sua immortalità. Come condizione essenziale della produzione e del progresso tecnico, il consumo costretto a diventare "consumo forzato", comincia a profilarsi come figura della distruttività, e la distruttività come un imperativo funzionale dell’apparato economico. Il "rispetto", che Kant indicava come fondamento della legge morale, è disfunzionale al mondo dell’economia che, creando un mondo di cose sostituibili con modelli più avanzati, produce di continuo "un mondo da buttar via". E siccome è molto improbabile che un’umanità, educata alla più spietata mancanza di rispetto nei confronti delle cose, mantenga questa virtù nei confronti degli uomini, non possiamo non convenire con Gunther Anders per il quale: «L’umanità che tratta il mondo come un mondo da buttar via, tratta anche se stessa come un’umanità da buttar via». 

3. L’inconsistenza delle cose.Che ne è delle cose, della loro consistenza, della loro durata, della loro stabilità? Da sempre le cose si consumano e diventano inutilizzabili, ma, nel ciclo produzione-consumo che non può interrompersi, esse sono pensate in vista di una loro rapida inutilizzabilità. Infatti è prevista non solo la loro transitorietà, ma addirittura la loro "data di scadenza" che è necessario sia il più possibile a breve termine. E così invece di limitarsi a concludere la loro esistenza, la fine delle cose è pensata sin dall’inizio come il loro scopo. In questo processo, dove il principio della distruzione è immanente alla produzione, l’"uso" delle cose deve coincidere il più possibile con la loro "usura". E se questo non è possibile per l’intero prodotto perché nessuno l’acquisterebbe, è sufficiente che lo sia per i pezzi di ricambio, il cui costo deve essere portato a livelli tali che persino piccole riparazioni vengano a costare, se non di più, almeno come un nuovo acquisto. Se questo non basta sarà la pubblicità a persuaderci che anche se la nostra automobile tecnicamente funziona ancora nel migliore dei modi, è il caso di sostituirla, perché «socialmente inadatta» e in ogni caso «non idonea al nostro prestigio». 

4. Il dissolvimento della durata temporale
Il tratto nichilista dell’economia consumista che vive della negazione del mondo da essa prodotto perché la sua permanenza significherebbe la sua fine, destruttura nei consumatori la dimensione del tempo, sostituendo alla durata temporale, che è fatta di passato, presente e futuro, la precarietà di un assoluto presente che non deve avere alcun rapporto col passato e col futuro. E allora oltre alla produzione forzata del bisogno, ben oltre i limiti della sua rigenerazione fisiologica, il consumismo utilizza strategie, come ad esempio la moda, per opporsi alla resistenza dei prodotti, in modo da rendere ciò che è ancora "materialmente" utilizzabile, "socialmente" inutilizzabile, e perciò bisognoso di essere sostituito. E questo non vale solo per le innovazioni tecnologiche (televisori, computer, cellulari), o per il guardaroba femminile (e oggi anche maschile), ma, e qui precipitiamo nell’assurdo, anche per gli armamenti. Se un armamento resta inutilizzato per mancanza di guerre e quindi di potenziali acquirenti, o si inventano conflitti per "ragioni umanitarie", o si producono armi "migliori" che rendono obsolete quelle precedenti. Anche se si fatica a capire in che cosa consista il "miglioramento" in una situazione in cui, con le armi a disposizione, già esiste per l’umanità la possibilità di sterminare se stessa in modo totale. Che senso ha in questo caso mettere sul mercato qualcosa di "meglio"? 

5. La crisi dell’identità personale
Viene ora da chiedersi: quali sono gli effetti della cultura del consumismo sulla costruzione e sul mantenimento dell’identità personale? Disastrosi. Perché là dove le cose perdono la loro consistenza, il mondo diventa evanescente e con il mondo la nostra identità. Infatti, là dove gli oggetti durevoli sono sostituiti da prodotti destinati all’obsolescenza immediata, l’individuo, senza più punti di riferimento o luoghi di ancoraggio per la sua identità, perde la continuità della sua vita psichica, perché quell’ordine di riferimenti costanti, che è alla base della propria identità, si dissolve in una serie di riflessi fugaci, che sono le uniche risposte possibili a quel senso diffuso di irrealtà che la cultura del consumismo diffonde come immagine del mondo. Là infatti dove un mondo fidato di oggetti e di sentimenti durevoli viene via via sostituito da un mondo popolato da immagini sfarfallanti, che si dissolvono con la stessa rapidità con cui appaiono, diventa sempre più difficile distinguere tra sogno e realtà, tra immaginazione e dati di fatto. 

6. L’evanescenza della libertà
In una cultura del consumo dove nulla è durevole, la libertà non è più la scelta di una linea d’azione che porta all’individuazione, ma è la scelta di mantenersi aperta la libertà di scegliere, dove è sottinteso che le identità possono essere indossate e scartate come la cultura del consumo ci ha insegnato a fare con gli abiti. Ma là dove la scelta non produce differenze, non modifica il corso delle cose, non avvia una catena di eventi che può risultare irreversibile, perché tutto è intercambiabile: dalle relazioni agli amanti, dai lavori ai vicini di casa, allora anche i rapporti fra gli uomini riproducono alla lettera i rapporti con i prodotti di consumo, dove il principio dell’"usa e getta" regola sia le "relazioni matrimoniali" sia le "relazioni senza impegno". Che fare? Nulla. Perché l’identità personale a cui fare appello per arginare gli inconvenienti del consumismo non c’è più, essendo stata a sua volta risolta in un insieme di bisogni e desideri programmati dal mercato. 

A differenza dei "vizi capitali" che segnalano una "deviazione" della personalità, i "nuovi vizi" ne segnalano il "dissolvimento", che tra l’altro non è neppure avvertito, perché investe indiscriminatamente tutti. I "nuovi vizi", infatti, non sono personali, ma tendenze collettive, a cui l’individuo non può opporre una efficace resistenza individuale, pena l’esclusione sociale. E allora perché parlarne? Per esserne almeno consapevoli, e non scambiare come "valori della modernità" quelli che invece sono solo i suoi disastrosi inconvenienti.

Umberto Galimberti

martedì 12 febbraio 2019

FARE GIORNALISMO NELL’ETÀ DEI SOCIAL MEDIA, INCONTRO CON GIOVANNI MARIA BELLU

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Il 25 gennaio si è concluso il terzo incontro del ciclo di seminari “fare giornalismo nell’età dei social media“, tenutosi presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali. Ospite del terzo appuntamento è stato il giornalista cagliaritano Giovanni Maria Bellu.

Nel suo intervento ha definito così la “notizia” «è un avvenimento destinato ad un pubblico. È il rapporto su un evento, non l’esperienza dell’evento; quindi l’avvenimento in se stesso non è la notizia, lo è il suo racconto immerso nel circuito dell’informazione”. Continuando, precisa «la notizia non è letteratura, arte, religione, musica, ma una specifica informazione relativa al mondo, alla sua geografia, alla sua scienza».

Per Bellu «la notizia non è mai la riproduzione della realtà, ma una registrazione , una cronaca, una presa d’atto, una valutazione o un’interpretazione»

La Carta di Roma regola la deontologia professionale che deve esserci nel mondo della carta stampata. L’art. 2 della legge 61/1963 enuncia la libertà d’informazione, di critica. Osservare le leggi è importante, serve la tutela della personalità altrui , dell’individuo, soprattutto è necessario che la verità sostanziale dei fatti sia rispettosa del dovere di lealtà nei confronti degli avvenimenti e nei confronti dei protagonisti delle vicende.

Bellu sostiene che «i valori della notizia sono i criteri valutativi convenzionali che regolano la selezione, perché contribuiscono a determinare la “notiziabilità” di un avvenimento, ovvero, la capacità che esso ha di valere come notizia».

Il pubblico ha interesse per la novità. La vicinanza con l’avvenimento accaduto è importante. Deve esserci comunicabilità, drammaticità degli eventi. Nel lavoro di redazione occorre tempestività nel riportare i fatti soprattutto nell’epoca dei social media.

Negli ultimi anni la carta stampata ha subito un forte calo delle copie vendute, la strada percorsa dal mondo del giornalismo per ridurre la crisi delle vendite e per perseguire l’ottimizzazione dei costi è la digitalizzazione del quotidiano. Basterà per produrre una informazione attendibile, rispetto alle falsità ed alle congetture che circolano in rete?

Cristian Melis

1988, STRAGE IMPUNITA NELLE DOLOMITI

1988, Val di Fiemme, Cavalese località sciistica delle Dolomiti. È inverno, gli alberghi registrano “tutto esaurito”. I turisti viag...