Oramai il denaro - come sostiene Pallante - è il principale,
se non l’unico, generatore simbolico di tutti i valori. Aristotele sosteneva
che il denaro non può generare ricchezza perché il denaro non è un bene, ma il
simbolo di un bene: con i simboli – sostiene Galimberti – non si produce
ricchezza. Anche nella tradizione Cristiana si sostiene qualcosa di analogo:
nel Vangelo secondo Matteo, si legge «date un prestito senza sperare nella
restituzione».
Il denaro, comunque, non è sempre stato sinonimo di male
assoluto: è stato anche uno strumento di riscatto dalla condizione di schiavitù
(il feudatario perde la proprietà sugli uomini ed acquisisce quella sulle loro
prestazioni).
Bisogna uscire dalla trappola del denaro: dal fatto che esso
sia considerato un fine e non un mezzo. Per farlo, occorre soffermarsi sul
fatto che – come sostiene Hegel – quando un fenomeno aumenta quantitativamente,
avviene anche una variazione qualitativa del paesaggio. In questa eterogenesi
dei fini, occorre che la Politica riprenda il suo primato: rispetto all’economia
ed alla tecnica. La Politica deve ritornare a porre al centro dell’azione “la
vita”.
L’UNPD (United Nation Development Programme) ci spiega che
in Occidente siamo circa 900milioni di persone che per assicurare lo stesso
trend di benessere, attraverso questo sistema di crescita spinta all’infinito,
siamo indotti a consumare l’80% delle risorse del Pianeta. Se i rimanenti
6miliardi di individui consumassero solo poco poco di più, il sistema
imploderebbe in brevissimo tempo.
È sempre più chiaro che la felicità non è legata all’incremento
dei consumi in termini quantitativi, anzi è il suo contrario. La natura è più
forte della tecnica e l’uomo deve uscire dalla dimensione culturale che lo ha
spinto ad ergersi a dominatore della natura stessa. Dobbiamo farlo trovando le
ragioni che ci spingano ad interiorizzare un’etica degli enti di natura;
ritrovando quella forza della Tradizione che ci teneva lontani dall’essere tecnicamente
assistiti. Questo, perché nessuna rivoluzione può più esserci: ciò che oggi compromette
il destino degli individui è lontano da noi; non è immediatamente e
materialmente identificabile.
Ci vuole un pensiero alternativo a quello conforme
che spinga a comportamenti individuali e comunitari costruttivi di nuove
dimensioni: davanti a problemi così complessi ed articolati, non si può
rispondere con le solite e dannose semplificazioni.
Massimo Carboni
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