lunedì 4 febbraio 2019

MEGLIO UN'ECONOMIA UMANA




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Oramai il denaro - come sostiene Pallante - è il principale, se non l’unico, generatore simbolico di tutti i valori. Aristotele sosteneva che il denaro non può generare ricchezza perché il denaro non è un bene, ma il simbolo di un bene: con i simboli – sostiene Galimberti – non si produce ricchezza. Anche nella tradizione Cristiana si sostiene qualcosa di analogo: nel Vangelo secondo Matteo, si legge «date un prestito senza sperare nella restituzione».

Il denaro, comunque, non è sempre stato sinonimo di male assoluto: è stato anche uno strumento di riscatto dalla condizione di schiavitù (il feudatario perde la proprietà sugli uomini ed acquisisce quella sulle loro prestazioni).

Bisogna uscire dalla trappola del denaro: dal fatto che esso sia considerato un fine e non un mezzo. Per farlo, occorre soffermarsi sul fatto che – come sostiene Hegel – quando un fenomeno aumenta quantitativamente, avviene anche una variazione qualitativa del paesaggio. In questa eterogenesi dei fini, occorre che la Politica riprenda il suo primato: rispetto all’economia ed alla tecnica. La Politica deve ritornare a porre al centro dell’azione “la vita”.

L’UNPD (United Nation Development Programme) ci spiega che in Occidente siamo circa 900milioni di persone che per assicurare lo stesso trend di benessere, attraverso questo sistema di crescita spinta all’infinito, siamo indotti a consumare l’80% delle risorse del Pianeta. Se i rimanenti 6miliardi di individui consumassero solo poco poco di più, il sistema imploderebbe in brevissimo tempo.

È sempre più chiaro che la felicità non è legata all’incremento dei consumi in termini quantitativi, anzi è il suo contrario. La natura è più forte della tecnica e l’uomo deve uscire dalla dimensione culturale che lo ha spinto ad ergersi a dominatore della natura stessa. Dobbiamo farlo trovando le ragioni che ci spingano ad interiorizzare un’etica degli enti di natura; ritrovando quella forza della Tradizione che ci teneva lontani dall’essere tecnicamente assistiti. Questo, perché nessuna rivoluzione può più esserci: ciò che oggi compromette il destino degli individui è lontano da noi; non è immediatamente e materialmente identificabile.

Ci vuole un pensiero alternativo a quello conforme che spinga a comportamenti individuali e comunitari costruttivi di nuove dimensioni: davanti a problemi così complessi ed articolati, non si può rispondere con le solite e dannose semplificazioni.

Massimo Carboni

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