Günther Anders, filosofo tedesco, si trasfersce prima a
Parigi e poi negli Stati Uniti dove vive un’intensa esperienza da operaio
presso la Ford.
Il pensiero di Anders si radica profondamente nella cultura
nel ‘900. La sua filosofia è volta a stabilire le cause che hanno portato
l’uomo a creare una società in cui l’unico protagonista è l’apparato tecnico.
Secondo Anders, viviamo in un mondo in cui la macchina e gli
oggetti prodotti in serie sono diventati i protagonisti della storia, il mondo
è il luogo in cui ogni essere umano è “gettato” e costretto a vivere in qualità
di essere totalmente inadeguato ai nuovi tempi.
L’uomo della civiltà tecnologica è subalterno alle macchine
da lui stesso create, e per queste prova soggezione e vergogna. Questa vergogna
è anche legata a una sorta di dislivello tra l’uomo ed i prodotti meccanici,
che essendo sempre più efficienti e funzionali lo oltrepassano facendolo
diventare antiquato.
Le macchine sono perfette, funzionano e sono ripetibili in
serie: questo concede loro una sorta di eternità che all’uomo è negata. Di
fronte alle macchine l’uomo perde la sua importanza all’interno del sistema
sociale, egli diventa antiquato perché, appunto, ha bisogno di riposarsi, di
mangiare, di divertirsi mentre le macchine funzionano “sempre” senza intervalli
e distrazioni. Il parallelo uomo-macchina sembra, dunque, volgere tutto a
favore di quest’ultima.
Se la prima rivoluzione industriale è consistita
nell'introduzione del macchinismo, se la seconda si riferisce alla produzione
dei bisogni, la terza rivoluzione industriale è per Anders quella che produce
l'alterazione irreversibile dell'ambiente e compromette la sopravvivenza stessa
dell'umanità.
Secondo il filosofo tedesco anche lo sviluppo della
radiotelevisione è la piena espressione della società tecnologica, dove i
diversi "mezzi" acquistano in effetti la sovranità sulla vita, non
solo lavorativa. Questo è il segnale di una nuova fase, più perfezionata, della
cultura di massa. Prima, sostiene Anders, il pubblico di massa si trovava
almeno unito dal fatto di assistere insieme a uno spettacolo (pensiamo al
teatro o al cinema), di condividere le emozioni. Con la televisione questo non
avviene più, in quanto si impone una forma di atomizzazione. Il carattere
domestico del mezzo è per il filosofo il maggior responsabile dell’appiattimento
emozionale che caratterizza il nostro essere. Guardiamo tutti le stesse cose,
compriamo tutti le stesse cose e di conseguenza parliamo delle stesse cose e
pensiamo in blocco le stesse cose: non
c’è più spazio per l’originalità, ma solamente per l’omologazione
intellettuale.
«Ogni consumatore è un lavoratore
a domicilio non stipendiato che coopera alla produzione dell'uomo di massa» e aggiunge «dato che il
mondo ci è fornito in casa, non ne andiamo alla ricerca; rimaniamo privi di
esperienza e persino dei nostri sogni».
Simone Tunesi

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