Esiste un nichilismo passivo di
chi si rassegna e un nichilismo attivo di coloro che ripartono dalla
consapevolezza di tale scenario esistenziale alla ricerca di differenti modi
possibili di essere al mondo insieme agli altri, nel tentativo molto
determinato di non spegnere i propri sogni. È questa la tesi di fondo de “La
parola ai giovani”. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo, il saggio
di Umberto Galimberti (Feltrinelli, 2018).
Il filosofo e psicologo già
autore della preziosa opera “L’ospite inquietante”. "Il nichilismo e i giovani" (2007), ritorna al tema del disagio giovanile, riaffermando che il problema non
è legato soltanto alla crisi psicologica ed esistenziale dell’età
adolescenziale, poiché l’ospite inquietante, il nichilismo, si genera in quel
macrocosmo culturale esterno ai singoli individui, dove mancano le condizioni
materiali per la realizzazione dei loro desideri e di un progetto di vita.
Ma cos’è il nichilismo? Il grande
filosofo Friedrich Nietzsche ne rintracciava l’inquietante presenza in
un’assenza: quando manca la risposta al “perché?” e quando, nell’orizzonte
culturale e sociale di riferimento, i valori supremi perdono ogni valore. Quei valori
che sono creati e condivisi, aggiunge Galimberti, in un certo tempo storico e
fanno da “collante” sociale perché ritenuti idonei a ridurre i conflitti e a
garantire un’ordinata convivenza.
In una società come quella in cui
viviamo, le agenzie di socializzazione costituite dalla famiglia e dalla scuola
– con sofferte e articolate eccezioni – sono quasi sempre in conflitto tra
loro, ambedue ossessionate dall’aspetto performativo sia dell’essere “figlio”
sia del comportarsi da “studente”. Là fuori nell’arena sociale, e nel mondo del
lavoro che non c’è, va anche peggio, perché nell’età della tecnica e
dell’economia globalizzata, ci ricorda l’autore, l’uomo non è più il soggetto
del suo operare, ma il semplice esecutore di azioni descritte e prescritte dall’apparato
tecnico, regolati dai soli criteri dell’efficienza e della produttività.
Come reagiscono i giovani di oggi
a questo scenario caratterizzato dall’individualismo e dalla mancanza di
relazioni societarie che possano fornire basi concrete alla progettualità
personale e collettiva? Alcuni si rifugiano ai margini della vita comunitaria,
sperimentando, in maniera vitale quanto confusa, modelli esistenziali
alternativi. Molti altri, invece, vivono in una sorta di “vita parallela” sui
social, affidandosi all’anonima condivisione tecnologica, affettivamente
anestetizzante più che rassicurante, dove i pensieri e le emozioni non riescono
a diventare stili di vita, perché mancano i luoghi, gli ambienti, le strutture
per la loro materializzazione fisica e sociale.
Non resta che affidarsi, ci
suggerisce Galimberti, a quei giovani che cercano di uscire dalla
rassegnazione, triste “eredità” del mondo degli adulti rinchiusi nel loro
egoismo da “realisti”, da generazione dei “sogni infranti” e delle “promesse
ideologiche tradite”. Sono i giovani del nichilismo attivo, che lo studioso
osserva da anni e ci chiede di seguire con attenzione, poiché cercano di
trasformare la crisi del mondo vitale, nel quale siamo tutti immersi, in una
nuova opportunità di ridisegnare i rapporti umani, rimettendo in discussione le
mappe – fisiche, mentali e sociali – trasmesse dalle precedenti generazioni.
I nichilisti attivi ridiscutono,
in maniera critica e assieme agli altri, le basi dell’identità, troppo legata
ai ruoli sociali e alle appartenenze geopolitiche. Ripensano al valore e alle
possibilità dell’eros e delle relazioni sentimentali in un mondo che cerca di
controllarli e mercificarli anche quando li rappresenta in una versione
falsamente libertaria.
I risultati di questa riflessione
su sé stessi e sul mondo sociale, tra mille difficoltà e molte comprensibili
contraddizioni, li portano a incamminarsi per le strade delle metropoli e a
oltrepassare i confini – non naturali ma codificati dalle divisioni e dalle
violenze della storia – per contrastare le discriminazioni sociali, sessuali ed
economico-politiche.
Un’altra vita è possibile, forse,
ci dicono questi ragazzi, ma qui e ora e non ripensando ai valori persi per
sempre oppure progettando un futuro utopico troppo distante nel tempo. Per
realizzarla, c’è bisogno di una maggiore consapevolezza intorno alla
reificazione dell’essere umano e del suo sentimento del mondo, diventati merci
tra le merci da produrre, commercializzare e vendere sul mercato, fisico o
digitale, della rete globale.
Vincenzo Villarosa

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