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| John Waterhouse, “A Song of Springtime”, 1913 |
Dietro la
maschera cristiana della Candelora e Santa Brigida, l’inizio di febbraio ci
riporta alle antiche festività precristiane riguardanti la Triplice Dea e
l’attesa dell’imminente rinascita della natura.
La
festività di Imbolc, che nel calendario celtico era equidistante da Samhain e
da Beltane, segnava l’inizio della primavera e aveva, come vedremo nel
proseguimento di questo articolo, notevoli corrispondenze con quella romana dei
Lupercalia, anch’essa celebrata nel mese di febbraio.
Generalmente
si fa derivare Imbolc dall’irlandese «in grembo», con riferimento alla
gravidanza delle pecore, a indicare che in origine si trattava di una festa
legata alle pecore da latte: in questo periodo venivano infatti alla luce gli
agnellini e gli ovini producevano latte. D’altronde, quella dell’ovino è una
«epifania» tradizionalmente primaverile, in quanto la bella stagione nasce
sotto il segno dell’ariete, animale fecondo e virile, le cui caratteristiche
evocano l’energico risveglio della natura addormentata in inverno. Scrive
Christophe Levalois: «Il segno dell’ariete inizia il 21 marzo, vale a dire
all’equinozio. Il lupo, animale tipicamente invernale, lo precede. Questo
periodo vede la trasformazione del lupo in ariete. La natura diviene prolifica,
da sterile e fredda quale era. È sempre stimolata da una stessa forza che si
presenta però sotto un altro aspetto».
Se sul lupo
torneremo più avanti in questo studio, c’è qui da sottolineare come a parere di
Jean Markele il termine bolc abbia anche il significato di «sacco», con
riferimento a un mitico contenitore adibito a contenere simbolicamente le
provviste di cibo di tutto l’anno. O ancora, potrebbe veicolare l’idea di un
«rigonfiamento» e del «soffio» che lo causa. Secondo quest’ultima
interpretazione, Imbolc sarebbe allora la festa del «Soffio vitale», e il
rigonfiamento delle mammelle degli ovini sarebbe la manifestazione visibile
dell’azione rinnovatrice di questo soffio.
La
festività di Imbolc era contraddistinta da banchetti e da riti di
purificazione. Interessante anche la corrispondenza funzionale con i Lupercalia
romani, celebrati il 15 febbraio, che pure si configuravano come riti
purificatori in vista dell’avvento della primavera. D’altra parte, l’intero
mese di febbraio nel calendario celtico era dedicato alle purificazioni e agli
esorcismi, consuetudine da considerare in relazione al complesso mitico della
«crisi invernale»: in attesa della primavera, il confine che separa il mondo
dei vivi da quello dei defunti è ancora instabile, non ancora «ben definito».
Da qui, la necessità di prendere le dovute misure rituali per far sì che gli
spiriti degli antenati non influiscano negativamente sul raccolto dell’anno a
venire.
Secondo il
parere autorevole dello storico delle religioni francese George Dumézil, in
questo periodo chiave del calendario agricolo: «si stabiliva anche un vincolo
necessario e inquietante tra altri due mondi, quello dei vivi e quello dei
morti […] quei giorni rimettevano in questione ritualmente gli schemi stessi
dell’organizzazione sociale e cosmica».
LA TRIPLICE DEA BRIGIT
Nondimeno,
il complesso rituale-calendariale di Imbolc non si limitava al 2 febbraio,
bensì si estendeva ai giorni immediatamente precedenti e successivi. Il 1
febbraio, infatti, si celebrava la festa di Brigit (o Brigid), la dea dal
triplice volto che venne poi «cristianizzata» in S. Brigida (che ancora oggi si
festeggia in tal data). L’abbazia di Kildare, dove la santa, seconda patrona di
Irlanda, avrebbe esercitato le sue funzioni spirituali vita natural durante, è
stata costruita su un santuario celtico precedente, con tutta probabilità
dedicato alla triplice Brigit, dove forse veniva esercitato un culto del fuoco
femminile non dissimile da quello delle Vestali romane.
Brigit
coniugava le funzioni culturali e guerresche di Atena/Minerva con quelle
garanti della fertilità e dell’abbondanza: in tal modo, da Triplice Dea,
ricopriva tutte e tre le funzioni riscontrate in tutte le culture tradizionali
indoeuropee dal Dumézil. Brigit era considerata fausta sia come datrice
dell’ispirazione poetica e del potere di guarigione (prima funzione), sia come
aiutante sul campo di battaglia, similmente alle Valkyrie germanico-norrene
(seconda funzione), sia infine come garante della prosperità dei campi e del
benessere economico della comunità (terza funzione).
Da ciò, è
lecito supporre l’esistenza di un culto arcaico, probabilmente in relazione a
ciò che Mircea Eliade denominò «fondo neolitico», caratterizzato da un sistema
religioso e sociale orientato in modo differente rispetto a quello dei Celti
storici, da Giulio Cesare in poi; un sistema cultuale in cui a una Grande Madre
spettava la totalità delle funzioni religiose-sociali.
Brigit aveva
come epiteti Belisama («colei che brilla molto»), Sulis (la dea delle
sorgenti), Brigantia («l’altissima, la somma») e Bricta («brillante»). I Romani
la venerarono, oltre che come epigona di Minerva, in connessione alla dea
Vittoria e — caso unico —, fu l’unica dea dei Celti a essere assorbita nel
pantheon romano con l’epiteto di Epona, protettrice dei cavalli. Per la sua
polivalenza e la sua peculiarità di lucentezza e di preminenza, Brigit/Belisama
può essere considerata a buon diritto l’equivalente femminile di Lugh/Belenos,
che forse la sostituì con l’avvento dell’età dei metalli, secondo lo schema
interpretativo della Bachofen, della Gimbutas e di tanti altri studiosi.
Anche la
versione «cristianizzata» della celebrazione, Candelora, si è mantenuta come
festa della Luce nonché della Purificazione. Papa Innocenzo attestò che le
donne romane celebravano in quel giorno la festa delle luci, «la cui origine è
tratta dalle favole dei poeti», e per tutta la notte vegliavano e cantavano
lodi reggendo dei ceri accesi.
Naturalmente,
con la diffusione del cristianesimo, le funzioni di Brigit vengono assorbite
dalla Vergine Maria (essendo anch’ella vergine e madre), e la corrispondenza è
a volte netta — come nella poesia medievale irlandese, dove la dea viene
definita «la Maria dei Gaelici». Eppure, prosegue Robert Graves nel suo
gargantuesco studio The White Goddess: «[…] in alcune parti della Britannia
santa Brigida mantenne la sua caratterizzazione di Musa sino alla rivoluzione
puritana, esercitando i suoi poteri terapeutici in gran parte mediante
incantesimi poetici nei pressi di pozzi sacri».
Vi è poi da
sottolineare ciò che la Legenda Aurea di Jacopo da Varagine riferisce riguardo
alla Candelora, cioè che la Chiesa volle santificare l’antica festa pagana di
Persefone, durante la quale «i Romani offrivano sacrifici a Februus, ovvero a
Plutone e agli altri dèi infernali». Si noterà dunque come anche nel calendario
romano febbraio era considerato al tempo stesso il periodo adibito alla
Purificazione e — per così dire — il «mese dei morti», dal momento che la sua
etimologia deriva da februus, «colui che purifica», che è come abbiamo visto un
epiteto di Ade/Plutone, signore dei morti e degli inferi e da Februa, dea della
purificazione di origine sabina assimilata a Giunone.
È superfluo
ricordare qui il mito del rapimento di Persefone/Proserpina da parte del dio
degli inferi: ci limitiamo a sottolineare l’inevitabile corrispondenza
funzionale fra questa giovane dea mediterranea che, destinata a rimanere per
sei mesi (la stagione invernale) nell’Ade col suo sposo, ritorna nel mondo dei
vivi con l’avvento della primavera, e la Brigit celtica celebrata a Imbolc,
festività che come detto segnava nella «ruota dell’anno» celtica l’inizio della
stagione dei frutti e dei fiori. Quando Brigit torna nel suo paese l’erba
rinverdisce, i fiori sbocciano e le mammelle delle vacche si riempiono di
latte. Un’altra divinità femminile molto simile a Brigit, forse addirittura una
sua ipostasi, canonizzata in S. Agata, è la patrona delle balie e protegge le
giovani madri nel parto: la sua festa è il 5 febbraio, dunque anch’essa nel
«tempo mitico» adibito alla purificazione e connesso al ritorno della Luce nel
mondo.
Come
durante la festività nordica dedicata a Lussi (poi S. Lucia), anche durante la
festa di Brigit si accendono ceri e si cucinano dolci particolari, crêpe di
forma rotonda connesse al simbolismo dell’abbondanza, ma anche a quello del già
menzionato «rigonfiamento», in virtù del processo di lievitazione.
S. BIAGIO, IL «SOFFIO» E IL LUPO
Da ciò
ritorniamo all’idea di «soffio», e non può essere per noi motivo di sorpresa
constatare che il 3 febbraio, appena dopo la festa della dea Brigit e Imbolc,
si celebrava una festività che poi è stata canonizzata nella festa di S.
Biagio, il cui nome con tutta probabilità deriva dal germanico biasen, «vento»,
e quindi con riferimento sia al(l’ultimo) freddo vento invernale, che al
«soffio dello spirito», connesso all’«ispirazione divina». E se abbiamo già
rilevato che Brigit era considerata la dea datrice dell’ispirazione poetica,
potremmo forse spingerci oltre mettendo in relazione Biagio con un antico dio
germanico-norreno il cui nome peraltro presenta delle somiglianze sospette con
quello di Brigit.
Stiamo
parlando di Bragi, nume della poesia da alcuni considerato un’ipostasi di
Odino/Wotan nella sua qualità di possessore dell’ispirazione poetica.
D’altronde, anche Wotan fra le altre cose è considerato, sin dall’etimologia,
il dio del «vento impetuoso» (da cui il suo ruolo di conduttore dell’«Esercito
Selvaggio», nonché ovviamente dell’ispirazione divina (proto-germanico *wōđaz,
identico al latino vātēs, «veggente»). Nel nome di Bragi è inoltre implicita
l’idea di splendore — braga si usa a proposito del risplendere dell’aurora
boreale —, e anche questo lo ne fa una sorta di paredro maschile della dea
Brigit.
Si aggiunga
inoltre che, se non si volesse far riferimento a un’etimologia germanica, si
potrebbe ritenere la festività di S. Biagio derivante dalla trascrizione
francese del bretone bleiz (gallese bleidd), che significa «lupo». In tutte le
versioni della leggenda di Merlino (che, come Odino/Wotan, è una «epifania»
saturnina-invernale), il lupo è suo compagno fedele; solo nei racconti più
«cristianizziati» l’animale scompare, per essere sostituito da un eremita di
nome Biagio.
Il lupo si
ritrova anche, come abbiamo visto, nei Lupercalia romani, festività durante la
quale i membri di una confraternita specifica, i Luperci, si vestivano con
pelli di lupo e compivano una corsa purificatrice intorno al Palatino, per
allontanare i malefici spiriti invernali e dunque favorire l’abbondanza delle
greggi e dei campi per l’anno a venire. A questo complesso rituale-calendariale
era anche legata la cacciata (anch’essa a febbraio) di Mamurio Veturio, il
«cornuto dio dell’anno», doppio di Marte e demone della vegetazione, la cui
immolazione simbolica avrebbe assicurato il ritorno della primavera.
D’altronde,
il lupo non è esente da connessioni con questo complesso rituale costituito da
riti di purificazione, attesa della primavera e «cacciata» degli spiriti dei
morti e degli dèi infernali/invernali. Secondo una credenza che emerge di tanto
in tanto nei processi sulla stregoneria attraverso i secoli, la figura mitica
del lupo mannaro, presente pressoché in tutte le tradizioni folkloriche
europee, sarebbe infatti da considerarsi in relazione ai cosiddetti «combattimenti
rituali» compiuti in spirito da questi contro demoni e stregoni. A detta del
celebre «licantropo della Livonia», di cui Ginzburg ha riportato le
testimonianze processuali, i licantropi si considererebbero come strumenti e
aiutanti di Dio («cani di Dio») e la posta delle battaglie estatiche combattute
contro demoni e stregoni, similmente alla tradizione friulana dei benandanti,
sarebbe stata la fertilità dei campi: « gli stregoni rubano i germogli del
grano, e se non si riesce a strapparglieli viene la carestia».
In queste
credenze folkloriche che si ritrovano fino al XVII-XVIII secoli noi possiamo
individuare i residui di una tradizione sciamanica molto antica, che con tutta
probabilità già in una fase intermedia si era per così dire occultata nella sua
forma esoterica per svilupparne invece una essoterica (farse di confraternite
maschile sull’esempio dei Lupercalia, mascherate dei Krampus et similia).
L’ORSO E L’INCUBAZIONE DELLA PRIMAVERA
Oltre al
lupo, un altro animale godeva di una certa importanza in questo periodo del
calendario agrario-rituale dell’antica Europa: l’orso, che ridestandosi dal
letargo invernale e fuoriuscendo dalla sua tana, sanciva ufficialmente l’inizio
della primavera o la rimandava di 40 giorni. Nel suo studio Le Carneval, Claude
Gaignebet ricorda un famoso detto popolare diffuso in tutta l’area di influenza
celtica: «quando vien la Candelora dall’inverno semo fora; ma se piove o tira vento
de l’inverno semo dentro».
Questo
proverbio si ricollega a una credenza, diffusa in tutta Europa, secondo la
quale il 2 febbraio l’orso (o, a seconda delle versioni, qualsiasi altro
animale ibernante, nonché l’Uomo Selvatico) esce dalla sua tana per accertarsi
delle condizioni meteorologiche. Se il cielo è chiaro l’orso rientra nel suo
rifugio invernale: è segno che l’inverno durerà altri 40 giorni. Se è superfluo
sottolineare la valenza simbolico-esoterica del numero 40 in tutte le
tradizioni sacre (si pensi ai 40 giorni passati da Gesù nel deserto, o ai 40
giorni e 40 notti del diluvio universale), sottolineiamo il fatto che ancora
oggi, con la consuetudine della quarantena, si è in qualche modo mantenuta la
valenza di questo ben determinato periodo di tempo come un periodo di
incubazione, e ciò è perfettamente logico considerando che la fiaba dell’orso
cade proprio a Imbolc.
In altre
parole, il 2 febbraio finisce l’inverno e virtualmente inizia la primavera: e
tuttavia, i frutti della nuova stagione, anche se già virtualmente formati,
rimangono ancora sottoterra, sotto le nevi invernali/infernali, in incubazione
come l’orso e gli altri animali ibernanti in attesa dell’esplosione definitiva
della primavera. Come rileva Markale, «i quaranta giorni dell’orso significano molto
semplicemente che se il cielo è ancora chiaro, cioè invernale, spoglio di
tutto, la purificazione operata dall’inverno non è completa: da ciò la
necessità di una nuova quarantena». E da ciò, aggiungiamo noi, la necessità di
una purificazione rituale dei membri della comunità, che avveniva guarda caso
proprio sotto Imbolc.
Questo
periodo calendariale-rituale, nel calendario cristiano, è stato spostato avanti
di un mese con l’istituzione della Quaresima (dal lat. quadragesima dies,
«quarantesimo giorno»), periodo di purificazione che anticipa un’altra
rinascita, quella del Cristo morto in croce. Eppure, ancora nel Medioevo,
quando la cristianità non si era diffusa più di tanto nelle aree rurali, il
perno del sistema calendariale popolare, poiché sanciva il passaggio dalla
stagione fredda a quella temperata, era: « […] il 2 febbraio, prima data
possibile del Carnevale, giorno in cui l’orso o l’Uomo Selvaggio usciva dalla
sua caverna per verificare l’inizio della primavera».
Si noti che
l’intercambiabilità fra l’Uomo Selvatico e l’orso denota il carattere ‘mediano’
e ‘ibrido’ che questo animale ha sempre detenuto nelle culture sciamaniche; è
questa una tradizione che accomuna eschimesi, nativi americani, ceppi etnici
celti-norreni-germanici, lapponi e popolazioni nord-asiatiche e che è
avvalorata, tra le altre cose, dalla postura eretta dell’orso e dall’uso quasi
umano delle sue appendici.
Per
concludere, si può anche individuare un collegamento fra l’orso e un sistema
cultuale di tipo matriarcale nella figura della dea celtica Artio,
dispensatrice di abbondanza, da molti accomunata, fin dal profilo etimologico,
ad Artemide nella sua funzione di «Signora degli Animali» (potnia theron).
D’altronde anche Artemide era detta Trivia e (Selene in cielo, Artemide in
terra ed Ecate nel mondo degli inferi) e inoltre a Braurone esisteva un
santuario di Artemide presso cui le fanciulle ateniesi di età compresa tra i
cinque e dieci anni venivano inviate per servire la dea per la durata di un
anno, periodo durante il quale venivano chiamate arktoi («orsette»).
«Nelle
vesti di orse, Artio e Artemide si presentavano […] al confine tra cultura e
natura, tra lo spazio disciplinato e la foresta, tra l’umano e il bestiale, tra
la vita e la morte, e si prestavano per questo pure a proteggere le
partorienti» — ulteriore caratteristica che le avvicina alla Brigit/S. Agata
celebrata durante i giorni di Imbolc. Infatti anche Diana/Artemide, vergine e
madre come Brigit, era considerata una dea del parto: a riprova di ciò, in
Grecia era frequente il nome Artemidoro, «dono di Artemide».
di Marco Maculotti (AXISmundi)

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