La nostra crisi è una crisi di civiltà, dei suoi valori e
delle sue credenze. Ma è soprattutto una transizione fra un mondo antico e un
mondo nuovo. Le vecchie visioni della politica, dell’economia, della società ci
hanno resi ciechi, e oggi dobbiamo costruire nuove visioni.
Ogni riforma politica, economica e sociale è indissociabile
da una riforma di civiltà, da una riforma di vita, da una riforma di pensiero,
da una rinascita spirituale. La riuscita materiale della nostra civiltà è stata
formidabile, ma ha anche prodotto un drammatico insuccesso morale, nuove
povertà, il degrado di antiche solidarietà, il dilagare degli egocentrismi,
malesseri psichici diffusi e indefiniti. Oggi si impone una vigorosa reazione
atta a ricercare nuove convivialità, a ricreare uno spirito di solidarietà, a
intessere nuovi legami sociali, a fare affiorare dalla nostra e dalle altre
civiltà quelle fonti spirituali che sono state soffocate. Questa sfida deve
essere integrata nella politica, che deve porsi il compito di rigenerarsi in
una politica di civiltà. Le visioni della politica e dell’economia si sono
basate sull’idea, che risale al settecento e all’ottocento, del progresso come
legge ineluttabile della Storia. Questa idea è fallita. Soprattutto, è fallita
l’idea che il progresso segua automaticamente la locomotiva tecno- economica.
È fallita l’idea che il progresso sia assimilabile alla
crescita, in una concezione puramente quantitativa delle realtà umane. Negli
ultimi decenni la storia non va verso il progresso garantito, ma verso una
straordinaria incertezza. Così oggi il progresso ci appare non come un fatto
inevitabile, ma come una sfida e una conquista, come un prodotto delle nostre
scelte, della nostra volontà e della nostra consapevolezza.
Altrettanto discutibile è la nozione tradizionale di
sviluppo, definita in una prospettiva unilateralmente tecno-economica, ritenuta
quantitativamente misurabile con gli indicatori di crescita e di reddito. Ha
assunto come modello universale la condizione dei Paesi detti appunto
«sviluppati», in particolare occidentali, alla quale si dovrebbero ispirare
tutti gli altri Paesi del mondo (detti perciò «sotto-sviluppati» o «in via di
sviluppo»). Così si è arrivati a credere che lo stato attuale delle società
occidentali costituisca lo sbocco e la finalità della storia umana stessa,
trascurando i tanti problemi drammatici, le tante miserie, i tanti
sotto-sviluppi, non solo materiali, provocati dal perseguimento degli obiettivi
di una crescita tecno-economica fine a se stessa. Ma le soluzioni che volevamo
proporre agli altri sono diventate problemi per noi stessi.
L’iperspecializzazione disciplinare ha frammentato il tessuto complesso dei
fenomeni e ha modellato una scienza economica che non riesce a concepire e a
comprendere tutto ciò che non è calcolabile e quantificabile: passioni,
emozioni, gioie, infelicità, credenze, miserie, paure, speranze, che sono il
corpo stesso dell’esperienza e dell’esistenza umana.
Oggi siamo chiamati a respingere quello che continua a
essere in primo piano: la potenza della quantificazione contro la qualità, la
dissoluzione della pluralità di dimensioni dell’esistenza umana a poche
variabili, la razionalizzazione che è l’opposto della razionalità critica e che
è il tentativo cieco di rifiutare tutto ciò che le sfugge e che non riesce a
comprendere a prima vista. Uno dei tratti più nocivi di questi ultimi decenni è
l’esasperazione della competitività, che conduce le imprese a sostituire i
lavoratori con le macchine e, ove questo non accada, ad aumentare i vincoli
sulla loro attività lavorativa. Allo sfruttamento economico oggi si aggiunge
un’ulteriore alienazione in nome della produttività e dell’efficienza. Abbiamo
urgente bisogno di una politica di umanizzazione di quella che è ormai
un’economia disumanizzata.
Se si vogliono seriamente realizzare gli obiettivi di
«sostenibilità» e di «umanizzazione », non basta spianare la via con qualche
levigatura: bisogna cambiare via. La necessità di cambiare via, naturalmente,
non ci impone di ripartire da zero. Anzi, ci spinge a integrare tutti gli
aspetti positivi che sono stati acquisiti nel nostro difficile cammino, anche e
soprattutto nei Paesi occidentali, a cui dobbiamo i diritti umani, le autonomie
individuali, la cultura umanistica, la democrazia.
E tuttavia la necessità di cambiare via diventa sempre più
urgente, nel momento in cui il dogma della crescita all’infinito viene messo
drasticamente in discussione dal perdurare della crisi economica europea e
mondiale, dai pericoli prodotti di certo sviluppo tecnico e scientifico, dagli
eccessi della civiltà dei consumi che rendono infelici gli individui e la
collettività. Certamente, la crescita deve essere misurata in termini diversi
da quelli puramente quantitativi del Pil, mettendo in gioco gli indicatori
dello sviluppo umano.
Ma la cosa più importante è superare la stessa alternativa
crescita/decrescita, che è del tutto sterile. Si deve promuovere la crescita dell’economia
verde, dell’economia sociale e solidale. Un imperativo ineludibile dei prossimi
decenni è l’accelerazione della transizione dal dominio quasi assoluto delle
energie fossili a un sempre maggiore sviluppo delle energie rinnovabili. Anche
questa transizione impone di cambiare via, paradigma: dall’attuale paradigma
imperniato su un sostanziale monismo energetico (le fonti di energia fossile) a
un paradigma imperniato su un pluralismo energetico, nella cui prospettiva si
deve sostenere simultaneamente la crescita di molteplici fonti rinnovabili di
energia (solare, eolico, biogas, idroelettrico, geotermico …), che possono
avere un valore non solo additivo ma moltiplicativo, se messe in rete e se
condivise da ambiti internazionali sempre più ampi. In questo senso, la
realizzazione di un pluralismo energetico è indissociabile dalla realizzazione
di una democrazia energetica: la condivisione energetica risulta un valore
fondante delle politiche internazionali, su scala continentale come su scala
globale.
Nello stesso tempo si deve sostenere la decrescita dei
prodotti inutili dagli effetti illusori tanto decantati dalla pubblicità, la
decrescita dei prodotti che generano rifiuti ingombranti e non riciclabili, la
decrescita dei prodotti di corta durata e a obsolescenza programmata. Si deve
promuovere la crescita di un’economia basata sulla filiera corta, e promuovere
la decrescita delle predazioni di tutti quegli intermediari che impongono
prezzi bassi ai produttori e prezzi alti ai consumatori. E per imboccare una
via nuova bisogna concepire una nuova politica economica che possa contrastare
l’onnipotenza della finanza speculativa e mantenere nello stesso tempo il
carattere concorrenziale del mercato.
Nello stesso tempo, si rivela sterile anche l’alternativa globalizzazione/deglobalizzazione.
Dobbiamo globalizzare e deglobalizzare in uno stesso tempo.
Dobbiamo valorizzare tutti gli aspetti della globalizzazione che producono
cooperazioni, scambi fecondi, intreccio di culture, presa di coscienza di un
destino comune. Ma dobbiamo anche salvare le specificità territoriali,
salvaguardare le loro conoscenze e i loro prodotti, rivitalizzare i legami fra
agricoltura e cultura. Questo andrebbe di pari passo con una nuova politica nei
confronti delle aree rurali, volta a contrastare l’agricoltura e l’allevamento
iperindustrializzati, ormai divenuti nocivi per i suoli, per le acque, per gli
stessi consumatori, e a favorire invece l’agricoltura biologica basata su
stretti legami con il territorio. Certo, quando parliamo dell’attuale fase
della globalizzazione, non possiamo certo sottovalutare il fatto che Paesi solo
poco tempo fa definiti sottosviluppati abbiano decisamente migliorato i loro
livelli di vita: sotto questo aspetto le delocalizzazioni della produzione
hanno sicuramente svolto un ruolo importante. Ma dinanzi all’eccesso di queste
delocalizzazioni, e di conseguenza all’annientamento dell’industria europea,
dobbiamo certamente prevedere interventi protettivi.
Per quanto riguarda il destino particolare dell’Europa nell’età
della globalizzazione, è decisivo il fatto che tutte le nazioni siano oggi
diventate multiculturali. L’Italia stessa è entrata appieno in questo processo,
anche se con un certo ritardo rispetto ad altre nazioni storicamente più ricche
di legami con il mondo intero: Francia, Gran Bretagna, Olanda, Germania … Le
nuove diversità conseguenti alla globalizzazione si sono aggiunte alle
diversità etniche e regionali tradizionalmente costitutive dei nostri paesi.
Oggi non basta dire che la Repubblica è una e indivisibile, bisogna anche dire
che è multiculturale. Concepire insieme unità, indivisibilità e
multiculturalità significa far sì che l’unità eviti il ripiegamento delle
singole culture su se stesse e nello stesso tempo riconoscere la diversità
feconda di tutte le culture. Anche in questo caso dobbiamo superare le
alternative rigide.
Dobbiamo superare l’alternativa fra l’omologazione che
ignora le diversità, che è stata la politica prevalente negli stati nazionali
europei degli ultimi due secoli, e una visione del multiculturalismo come
semplice giustapposizione delle culture. Per evitare la disgregazione delle
nostre società abbiamo bisogno di riconoscere nell’altro sia la sua differenza
sia la sua somiglianza con noi stessi. Rendere le diversità interne non un
ostacolo, ma una ricchezza per la nazione: questo è un compito essenziale per
la ricostruzione civile dell’Italia e di tutte le nazioni europee, nel momento
in cui le sfide globali possono essere affrontate solo da società che siano
nello stesso tempo aperte e coese un nuovo pensiero.
Edgar Morin
Mauro Ceruti

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