Un filosofo e psicoanalista
argentino Miguel Benasayag, che vive
da molti anni a Parigi, le cui opere sono in parte tradotte anche in italiano,
e un professore di psichiatria infantile e dell' adolescenza Gérard Schmit che
insegna all' università di Reims, hanno posto sotto osservazione i servizi di
consulenza psicologica e psichiatrica diffusi in Francia e si sono accorti che
a frequentarli, per la gran parte, sono persone le cui sofferenze non hanno una
vera e propria origine psicologica, ma riflettono la tristezza diffusa che
caratterizza la nostra società contemporanea, percorsa da un sentimento
permanente di insicurezza e di precarietà.
Quali «tecnici della sofferenza» si
sono sentiti impreparati ad affrontare problemi che non fossero di natura
psicopatologica. E invece di adagiarsi tranquillamente sui farmaci a loro
disposizione per curare il disordine molecolare e così stabilizzare la crisi,
si sono messi a studiare e a pensare il senso che si nasconde nel cuore del
sintomo, quando la crisi non è tanto del singolo, quanto il riflesso nel
singolo della crisi della società.
Ne è nato un libro bellissimo, la cui
lettura consiglierei a tutti i giovani e a tutti quelli che ne hanno cura. Il
titolo è "L'epoca delle passioni tristi" (Feltrinelli pagg. 130). Si
tratta di passioni che lasciano le famiglie disarmate e angosciate all'idea di
non essere in grado di provvedere al problema che affligge uno dei loro
componenti, quindi di non essere una «buona famiglia», quando invece le
passioni tristi hanno la loro origine nella crisi della società che, senza
preavviso, fa il suo ingresso nei centri di consulenza psicologica e psichiatrica,
lasciando gli operatori disarmati.
In che consiste questa crisi? Da un
cambiamento di segno del futuro: dal «futuro-promessa» al «futuro-minaccia». E
siccome la psiche è sana quando è aperta al futuro (a differenza della psiche
depressa tutta raccolta nel passato, e della psiche maniacale tutta concentrata
sul presente) quando il futuro chiude le sue porte o, se le apre, è solo per
offrirsi come incertezza, precarietà, insicurezza, inquietudine, allora «il
terribile è già accaduto», perché le iniziative si spengono, le speranze
appaiono vuote, la demotivazione cresce, l' energia vitale implode.
Per i due
psichiatri francesi, e io concordo con loro, tutto ciò è incominciato con la
morte di Dio che ha segnato la fine dell'ottimismo teologico, che visualizzava
il passato come male, il presente come redenzione, il futuro come salvezza. La
morte di Dio non ha lasciato solo orfani, ma anche eredi.
La scienza, l utopia
e la rivoluzione hanno proseguito, in forma laicizzata, questa visione
ottimistica della storia, dove la triade: colpa, redenzione, salvezza trovava
la sua riformulazione in quell'omologa prospettiva dove il passato appare come
male, la scienza o la rivoluzione come redenzione, il progresso (scientifico o
sociologico) come salvezza.
Il positivismo di fine Ottocento era infatti
animato da una sorta di messianesimo scientifico, che assicurava un domani
luminoso e felice grazie ai progressi della scienza. Sul versante sociologico
Marx evidenziava le contraddizioni del capitalismo in vista di una radicale
trasformazione del mondo, sul versante psicologico Freud ipotizzava un
prosciugamento delle forze inconsce non controllate dall'Io, perché «dov'era
l'Es deve subentrare l'Io. Questa è l' opera della civiltà».
L'Occidente,
abbandonato il pessimismo degli antichi greci che, a sentire Nietzsche: «Sono
stati gli unici ad avere la forza di guardare in faccia il dolore», si è
consegnato senza riserve all'ottimismo della tradizione giudaico-cristiana
che, sia nella versione religiosa, sia nelle forme laicizzate della scienza,
dell' utopia e della rivoluzione, ha guardato l'avvenire sorretta dalla
convinzione che la storia dell'umanità è inevitabilmente una storia di
progresso e quindi di salvezza. Oggi questa visione ottimistica è crollata.
Dio
è davvero morto e i suoi eredi (scienza, utopia e rivoluzione) hanno mancato la
promessa. Inquinamenti di ogni tipo, disuguaglianze sociali, disastri
economici, comparsa di nuove malattie, esplosioni di violenza, forme di
intolleranza, radicamento di egoismi, pratica abituale della guerra hanno fatto
precipitare il futuro dall'estrema positività della tradizione
giudaico-cristiana all' estrema negatività di un tempo affidato alla casualità
senza direzione e orientamento. Il futuro da «promessa» è diventato «minaccia».
E questo perché se è vero che la tecnoscienza progredisce nella conoscenza del
reale, contemporaneamente ci getta in una forma di ignoranza molto diversa, ma
forse più temibile, che è poi quella che ci rende incapaci di far fronte alla
nostra infelicità e ai problemi che ci inquietano.
Per dirla con Spinoza,
viviamo in un' epoca dominata da quelle che il filosofo chiamava le «passioni
tristi», dove il riferimento non era al dolore o al pianto, ma all'impotenza,
alla disgregazione e alla mancanza di senso, che fanno della crisi attuale
qualcosa di diverso dalle altre a cui l'Occidente ha saputo adattarsi, perché
si tratta di una crisi dei fondamenti stessi della nostra civiltà. Certo
nessuno si reca a un consultorio psicologico per un adolescente esordendo:
«Buongiorno dottore, soffro molto a causa della crisi storica che stiamo
attraversando». In compenso i consultori sono quotidianamente sollecitati da
genitori e insegnanti che non sanno più come far fronte all'indolenza dei loro
figli o dei loro alunni, ai processi di demotivazione che li isola nelle loro
stanze a stordirsi le orecchie di musica, all'escalation della violenza, allo
stordimento degli spinelli che intercalano ore di ignavia.
Come sono
riconducibili tutti questi sintomi alla «crisi storica»? La mancanza di un
futuro come promessa arresta il desiderio nell' assoluto presente. Meglio star
bene e gratificarsi oggi se il domani è senza prospettiva. Ciò significa che
nell' adolescente non si verifica più quel passaggio naturale dalla libido narcisistica
(che investe sull' amore di sé) alla libido oggettuale (che investe sugli altri
e sul mondo). In mancanza di questo passaggio, bisogna spingere gli adolescenti
a studiare con motivazioni utilitaristiche, impostando un' educazione
finalizzata alla sopravvivenza, dove è implicito che «ci si salva da soli», con
conseguente affievolimento dei legami emotivi, sentimentali e sociali.
La
mancanza di un futuro come promessa non conferisce ai genitori e agli
insegnanti l' autorità di indicare la strada. Tra adolescenti e adulti subentra
allora un rapporto «contrattualistico» dove genitori e insegnanti si sentono
continuamente tenuti a giustificare le loro scelte nei confronti del giovane,
che accetta o meno ciò che gli viene proposto in un rapporto ugualitario. Ma la
relazione tra giovani e adulti non è simmetrica, e trattare l' adolescente come
un proprio pari significa non contenerlo, e soprattutto lasciarlo solo di
fronte alle proprie pulsioni e all' ansia che ne deriva.
Quando i sintomi di
disagio si fanno evidenti l'atteggiamento dei genitori e degli insegnanti
oscilla tra la coercizione dura (che può avere senso quando le promesse del
futuro sono garantite) e la seduzione di tipo commerciale di cui la cultura
berlusconiana che si va diffondendo è un esempio. Senonché anche i giovani di
oggi devono fare il loro Edipo, devono cioè esplorare la loro potenza,
sperimentare i limiti della società, affrontare tutte le funzioni tipiche dei
riti di passaggio dell'adolescenza, tra cui uccidere simbolicamente l'autorità, il padre. E siccome questo processo non può avvenire in famiglia
dove, per effetto dei rapporti contrattuali tra padri e figli, l'autorità non
esiste più, i giovani finiscono col fare il loro Edipo con la polizia,
scatenando nel quartiere, nello stadio, nella città, nella società la violenza
contenuta in famiglia. Sono, questi, due esempi dei molti che gli autori del
libro illustrano per mostrare il nesso tra il passaggio storico del futuro come
promessa al futuro come minaccia e le manifestazioni psico (pato) logiche del
disagio dei giovani che non riescono più a percepire l'integrazione sociale,
l'acquisizione dell' apprendimento, l'investimento nei progetti, come
qualcosa di connesso a un loro desiderio profondo, che è poi il desiderio di
desiderare la vita. A ciò si aggiunga che le passioni tristi e il fatalismo non
mancano di un certo fascino, ed è facile farsi sedurre dal canto delle sirene
della disperazione, assaporare l'attesa del peggio, lasciarsi avvolgere dalla
notte apocalittica che, dalla minaccia nucleare a quella terroristica, cade
come un cielo buio su tutti noi. Ma è anche vero che le passioni tristi sono
una costruzione, un modo di interpretare la realtà, non la realtà stessa, che
ancora serba delle risorse se solo non ci facciamo irretire da quel
significante oggi dominante che è l'insicurezza.
Certo la nostra epoca
smaschera l'illusione della modernità che ha fatto credere all'uomo di poter
cambiare tutto secondo il suo volere. Non è così. Ma l'insicurezza che ne deriva
non deve portare la nostra società ad aderire massicciamente a un discorso di
tipo paranoico, in cui non si parla d'altro se non della necessità di
proteggersi e sopravvivere, perché allora si arriva al punto che la società si
sente libera dai principi e dai divieti, e allora la barbarie è alle porte. Se
l'estirpazione radicale dell'insicurezza appartiene ancora all' utopia
modernista dell' onnipotenza umana, la strada da seguire è un'altra, e
precisamente quella della costruzione dei legami affettivi e di solidarietà,
capaci di spingere le persone fuori dall' isolamento nel quale la società tende
a rinchiuderle, in nome degli ideali individualistici che, a partire dall'
America, si vanno paurosamente diffondendo anche da noi.
Umberto Galimberti, 2004

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