giovedì 3 gennaio 2019

BISOGNA FERMARE LO SPRECO ALIMENTARE




Il Natale,  insieme a Capodanno e altre feste comandate, è uno dei momenti di maggior spreco. Neppure oggi che non abbiamo problemi – almeno nel nostro Paese – a recuperare il cibo necessario alla sopravvivenza, riusciamo a liberarci dell’abitudine assurda di servire più cibo del necessario, ancor più nei giorni di festa in cui la tradizione – retaggio di tempi di ristrettezze – vuole abbondanza e strappi alla regola, soprattutto in termini di quantità.

Parlando di spreco alimentare bisogna più correttamente distinguere tra food losses e food waste: il primo termine indica le perdite che avvengono all’inizio della catena, nelle fasi di raccolta o allevamento e di trattamento delle materie prime; il secondo, invece, si riferisce allo spreco nelle fasi di trasformazione industriale, nel caso in cui non vengano utilizzate tutte le parti della materia, o quando i metodi produttivi sono poco efficienti.

Nelle aree più ricche, dove mettere un pasto in tavola non è più la maggiore preoccupazione quotidiana e non si sente la necessità di fare economia fino all’ultima briciola, una grossa fetta è rappresentata dagli sprechi domestici. Si compra in quantità eccessive, attratti dagli sconti al supermercato, per poi dimenticare il cibo in frigorifero e infine gettarlo. Spesso si tratta di alimenti ancora commestibili: in Italia sei persone su dieci, secondo l’indagine 2018 di Waste Watcher, gettano circa una volta al mese ancora buono. Nove su dieci ammettono di provare un forte senso di colpa per questo spreco e le campagne di sensibilizzazione stanno contribuendo nel nostro Paese a promuovere comportamenti più virtuosi rispetto al passato, ma in un anno un italiano spreca ancora in media 36 kg di cibo – una media di 3 kg al mese.

Scesi nel 2015 sotto la soglia degli 800 milioni, gli individui denutriti al mondo sono tornati a salire, toccando quota 804 milioni nel 2016 e 821 nel 2017. La denutrizione è l’impossibilità di assumere i nutrienti necessari attraverso l’alimentazione, e non va confusa con la malnutrizione, termine ampio che comprende tutti gli squilibri dovuti a un’alimentazione scorretta, che sia insufficiente o, come quasi sempre accade in Occidente, eccessiva. Anche i dati riferiti a quest’ultima sono allarmanti, e sottolineano il paradosso della malnutrizione, tra chi non mangia abbastanza e chi mangia troppo. Nel 2017 un adulto su otto al mondo è obeso.

Secondo le stime dell’Onu, nel 2100 la popolazione mondiale sarà di circa 11 miliardi di persone. E i tassi di fertilità sono più alti proprio nei Paesi in cui la denutrizione è un problema di ampie fette di popolazione.

Grazie alla maggiore produttività agricola e a un migliore stato sociale per famiglie in difficoltà, nel 2015 per 29 Paesi è stato raggiunto l’obbiettivo di dimezzare la quota di persone denutrite stabilito nel 1996 dal Vertice Mondiale dell’Alimentazione. Nonostante ciò, i Paesi africani che hanno subito crisi alimentari nel 2015 sono stati il doppio del 1990 e, ancora, le crisi alimentari stesse non sono più, come due decenni fa, dei fenomeni intensi, drammatici e brevi ma perdurano nel tempo, con effetti sul lungo periodo. E se migliorano tendenzialmente le condizioni dell’Estremo Oriente, oggi ad accusare di più il colpo sono i Paesi dell’America meridionale e dell’Africa sub-sahariana.

La crisi economica mondiale, legata a doppio filo alla crisi dei prezzi (già concausa delle cosiddette primavere arabe), i dissesti politici e le guerre (Siria e Yemen sono gli esempi più noti) hanno pesato sullo stato della nutrizione mondiale. A questi si aggiungono i fenomeni atmosferici estremi, sempre più frequenti, che distruggono terreni agricoli e derrate alimentari; la scarsità di risorse e i tempi necessari alla ricostruzione proiettano sul lungo periodo fame e carenza di nutrienti. Ci troviamo in un circolo vizioso: attualmente circa un terzo del cibo prodotto globalmente ogni anno va perso o sprecato, e questo spreco di cibo implica uno sfruttamento inutile di territorio, risorse, energia e lavoro e produce inoltre emissioni nocive contribuendo così al cambiamento climatico, causa di quegli eventi atmosferici distruttivi.

Oltre al problema etico della sperequazione tra chi ha troppo e chi ha troppo poco o non ha del tutto, come analizzato dalla FAO, c’è il nodo dello sfruttamento delle risorse, in primo luogo idriche, impiegate nell’agricoltura, per le coltivazioni e per il sostentamento degli animali. Nel caso della carne, ad esempio, si aggiunge l’elemento delle vite animali sprecate, dei costi di mantenimento e delle cure. Infine, i costi indiretti, ambientali ed economici, dello smaltimento dei rifiuti alimentari che non possono più essere recuperati e delle emissioni provocate dalla produzione.

In Italia, nel 2017, circa 2,7 milioni di persone hanno avuto bisogno di assistenza per nutrirsi, usufruendo di pacchi alimentari (la stragrande maggioranza) e mense per i poveri; a queste ultime si rivolgono prevalentemente i senzatetto, una minima parte di quei circa 5 milioni di residenti in Italia che per l’Istat sarebbero in condizioni di povertà assoluta, tra i quali pensionati, disoccupati e padri separati.

L’attività quotidiana delle associazioni caritatevoli – ben distribuite sul territorio – porta alla luce il paradosso drammatico di casa nostra: sono 36,92 i chili di cibo gettati da ogni famiglia italiana nel 2017.

La solidarietà sociale è un pilastro indispensabile per una società sana e coesa, però uno Stato non può rimettersi al buon cuore dei cittadini e all’assistenzialismo su base volontaria per tamponare gli effetti paradossali dei suoi cortocircuiti. Come in tante altre sfere della vita sociale, il cambiamento non è reale se resta imposto dall’alto: serve una presa di coscienza da parte dei cittadini.

Il limite, tipicamente italiano, è quello di correre ai ripari per tamponare i danni fatti, laddove bisognerebbe investire di più sulla prevenzione, per rendere possibile quello è che è forse l’unico vero strumento: il cambiamento culturale. Un esempio di quanto siamo ancora lontani da quel momento è rappresentato dallo spreco di frutta e verdura (il più alto, insieme a quello di latticini e prodotti da forno) non esteticamente perfette: talvolta i produttori scelgono di non raccogliere gli esemplari non conformi ai criteri estetici dei banchi del mercato, perché resterebbero comunque invenduti; lo sottolinea una recente ricerca dell’Università di Edimburgo. Questo contribuisce alla media dell’Unione Europea di 180 kg di cibo pro-capite annui sprecati; negli Stati Uniti l’andamento è lo stesso, con il 30% di alimenti prodotti non consumati e sprechi prevalenti a livello domestico.

Silvia Granziero

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