«Il
mito di Sant’Antonio che come Prometeo rubò il fuoco agli Dei e ai precedenti
riti pagani volti ad ingraziarsi una natura ostile, nei momenti più delicati di
passaggio tra le diverse fasi dei cicli naturali».
Sant’Antoni andava con il suo
porcellino verso le porte dell’inferno per chiedere un po’ di fuoco. Ma i diavoli guardandolo con ironia gli
risposero di no, anzi uno di loro si mise proprio di traverso davanti
all’apertura che conduceva agli inferi per non farlo passare. Il maialino però
sgattaiolò via ed entrò passando attraverso le gambe del demone. E fu subito un
gran trambusto, un gran chiasso, come di chi butta tutto per aria, i diavoli
infatti lo rincorrevano da una parte all’altra, ma senza riuscire ad
acchiapparlo. Al che il diavolo che stava alla porta si fece da parte e fece
entrare il Santo per riprendersi il maialino. Sant'Antonio appoggiò la punta del
suo bastone di ferula sul fuoco, per riposare un poco e, fatto un fischio,
richiamò l’animale che gli corse vicino. Quindi il Santo riprese il bastone e
si allontanò. I diavoli non immaginavano certo che dentro il nucleo spugnoso
della ferula si potesse nascondere della brace che a poco a poco continuava a
bruciare, ma senza che se ne vedesse il fumo. Così con la sua astuzia il Santo
rubò il fuoco all’inferno e lo regalò agli uomini.
In ricordo di questo episodio tramandato, la
notte del 16 e del 17 gennaio in centinaia di paesi di tutta la Sardegna si
accendono dei grandi falò, già la Deledda ci racconta che a Nuoro – nei primi
del novecento – veniva acceso un grande fuoco la settimana dopo il 17 e si
suonava e si ballava cantando fino a notte tarda, mentre a Mamoiada si adornava
la chiesa di foglie di arancio, mentre arance si mettevano nella punta dei pali
che sostenevano le cataste del fuoco. Si preparavano e si preparano ancora per
l’occasione dei dolci speciali.
Con Sant’Antonio – il protettore
degli agricoltori, secondo la tradizione morto ultracentenario proprio il 17 di
gennaio – , la Chiesa ha cristianizzato un culto ben più arcaico, teso a
risvegliare la luce dopo il buio dell’inverno. La festa è infatti indubbiamente
pagana, legata ai riti di morte e rinascita del Dio, della natura, del ciclo
vitale. Tanti sono i simboli arcaici di morte e rinascita che ancora oggi lo
testimoniano, a partire dal maialetto che accompagna Sant’Antonio nella
leggenda, che non solo è strettamente legato a Demetra alla quale era sacro, ma
nel folklore europeo incarna lo spirito del grano. Inoltre la reminiscenza dei
morti ci riporta ai riti funebri antichi
durante i quali ci si nutriva di miele. Quanto alle arance esse sono simbolo
di fecondità e furono portate in dono da Giunone, sposa di Giove (di qui i
fiori d’arancio), mentre per le streghe questo frutto rappresentava il cuore,
un feticcio da far imputridire, fino alla morte della vittima del maleficio.
Insomma ancora una volta morte e rinascita.
Anche il girare intorno al fuoco
ballando e cantando ci riporta ai riti dionisiaci, durante i quali si doveva
perdere coscienza per entrare in contatto con il mondo degli Dei. Il muoversi
da destra a sinistra con passo zoppicante poi, il passo claudicante, sono
elementi tipici di chi rientra dal viaggio nel paese dei morti, degli sciamani
o dei bidemortos. Allo stesso modo questo incedere particolare è tipico sia dei
Mamuthones che delle altre maschere della Barbagia, che fanno la loro comparsa
proprio nella notte di sant’Antonio, aprendo così il carnevale.
Le stesse maschere girano intorno
al fuoco sacro per tre (numero legato alla cosmogonia o nascita del mondo)
oppure per tredici volte (rappresentazione delle fasi lunari). Persino la
legna della pira veniva scelta con cura e tra essa non poteva mancare il mirto,
messo tra i rami e i ceppi da ardere perché considerato una pianta legata al
regno dei morti.
E’ incredibile come in Sardegna
questi aspetti tradizionali siano rimasti così vivi e ancora oggi ben visibili,
la bellezza e la complessità dei nostri riti è in realtà un libro aperto da
decifrare, per capirne appieno un significato, esso sì che rischia di andare
perduto.
Tratto da un intervento di Simonetta Delussu

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