La Sardegna continua a soffrire le pene di un modello
dannoso e fallimentare. La mala politica continua maldestramente a tappare le
falle di un Piano di Rinascita che avrebbe dovuto creare sviluppo e ricchezza,
mentre ha determinato oggettiva desolazione e inquinamento. Le politiche centraliste
di allora possono riassumersi nella spesa di un mare di denaro pubblico
improduttivo: economicamente, socialmente e culturalmente. La Sardegna è stata
standardizzata, trasformata in una regione qualunque, in balia di un processo
di impietosa globalizzazione. Oggi l’Isola paga il conto della propria rovina:
progressiva desertificazione economica, disoccupazione, inquinamento,
anonimato, emigrazione forzata. Un danno immane determinato dall'ingiusto profitto
e rendita elettorale. Questa classe politica non era sola.
Il sistema centralista è fallito e la risposta non può
essere quella della ricerca di un nuovo “messia” perché la speranza, da sola,
non basta. La soluzione sta tutta nella capacità di maturare senso di
responsabilità individuale e comunitario. La Sardegna non ha bisogno di
industrie pesanti ed inquinanti, carceri o altri ammortizzatori. Nemmeno di
produttori o servitori di energia per favorire l’economia di altre realtà. La
Sardegna ha bisogno di cambiare modello. L’indignazione fine a se stessa non
serve: è così che siamo finiti tra le regioni più povere d’Europa,
accontentandoci di poter beneficiare di nuovi, più consistenti e solo potenziali fondi europei.
Occorre sconfiggere i “pirati” che continuano ad affossare
le nostre risorse e le nostre opportunità.
Bisogna puntare sull’economia
virtuosa, territoriale. La Regione sarda non deve comportarsi come il “braccio
armato” di una cultura evidentemente inaffidabile. Deve tranciare quel cordone
ombelicale che favorisce carriere politiche personali, ma non benessere
diffuso. Deve puntare nella riduzione della pressione fiscale e burocratica,
nel superamento delle ingiustizie e dei forti ritardi infrastrutturali. Deve
considerare l’identità un fattore della produzione fondamentale. Turismo,
artigianato, settore manifatturiero, agroalimentare, pesca, cultura,
innovazione sono il futuro ed al contempo incompatibili con le apparenti rivendicazioni
dell’attuale classe dirigente.
Gli interessi dei sardi sono altri, rispetto all’offerta
propagandistica dell’attuale sistema. I sardi chiedono serenità mentre le attuali
politiche continuano a produrre violenza fisica e culturale, povertà e
malattie. La crescente disperazione sta uccidendo molto più delle più efferate
organizzazione di stampo mafioso e terroristico. È necessario combattere le
ingiustizie, superando ogni forma di “emarginazione esistenziale e sociale” con
approcci realistici. Per farlo bisogna calarsi nel mondo reale per comprendere
il valore della vita perché anche dietro ogni dramma vi è ricchezza culturale e
umana.
Questo modello di incondizionata dipendenza sta svalutando
il valore delle nostre terre, delle nostre acque delle nostre produzioni, dei
nostri diritti e del nostro lavoro. La Sardegna non ha bisogno di nuove servitù
e nemmeno di nuovo servilismo, ma di dignità.
Massimo Carboni
Massimo Carboni

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