Ricordate i marshmallow? Quei
dolcetti zuccherosi e morbidi che Charlie Brown e suoi amici arrostivano,
seduti intorno al fuoco, durante le sere al campeggio estivo. Ora immaginate di
prendere uno di questi dolcetti e regalarlo ad un bambino di sei anni
dicendogli, però, di non mangiarlo, perché se riuscirà a resistere alla
tentazione per quindici minuti, scaduto il tempo, ne riceverà un altro. E
allora, sì, sarà libero di mangiarsi in santa pace i suoi due marshmallow.
Quanti bambini resisterebbero?
Per quanto tempo? Queste erano alcune delle domande che lo psicologo Walter
Mischel, allora all'Università di Stanford, pose alla base di una serie di
esperimenti condotti alla fine degli anni Sessanta. (Mischel W., et al. 1972. “Cognitive and
attentional mechanisms in delay of gratification”. Journal of
Personality and Social Psychology. 21(2), pp. 204–218). Ad uno ad uno, i
bambini, di età compresa tra i 4 e i 6 anni, venivano fatti accomodare in una
stanza dove ricevevano un dolcetto dallo sperimentatore. Prima di uscire, con
una scusa, dalla stanza, lo stesso comunicava al bambino che se avesse
aspettato a mangiare il dolcetto, fino al suo ritorno, ne avrebbe ricevuto un
secondo in regalo. L'esperimento venne ripetuto innumerevoli volte in diverse
configurazioni, su centinaia di bambini, e i risultati mostrarono che solo un
terzo dei partecipanti era in grado effettivamente di aspettare i quindici
minuti necessari per ottenere il secondo dolcetto. Alcuni cedettero subito,
altri dopo periodi più o meno lunghi di resistenza. Mischel e i suoi
collaboratori seguirono negli anni successivi tutti i bambini, nella loro
adolescenza e poi verso la maturità, continuando a tenere nota dei loro
comportamenti, dei risultati scolastici e dei loro successi e insuccessi nel
mondo del lavoro e nella vita.
Analisi successive, sulla base
dei dati raccolti in tutti quegli anni, mostrarono l'esistenza di una forte
correlazione tra la capacità di rimandare una immediata gratificazione,
misurata con il tempo di attesa prima di decidere di mangiare il dolcetto, e i
risultati scolastici dei ragazzi, la loro forma fisica, la loro capacità di
gestire ansia e stress. Uno studio condotto con la risonanza magnetica
funzionale su alcuni dei partecipanti all'esperimento originale, oramai
diventati adulti, ha mostrato che il cervello dei “resistenti” aveva subito un
processo di sviluppo differenziato rispetto a quello dei “non resistenti”, in
due componenti fondamentali: la corteccia prefrontale e lo striato ventrale;
aree implicate, rispettivamente, nelle funzioni cognitive superiori e nella
pianificazione e ricompensa.
Lo studio di Mischel diede vita
ad un forte dibattito, a diverse interpretazioni e ad una miriade di studi
successivi. Forse il più ambizioso di questi venne progettato agli inizi degli
anni Settanta e coinvolse tutti i 1037 bambini nati tra l'aprile 1972 e il
marzo 1973 nella cittadina di Dunedin in Nuova Zelanda (Moffitt T., et al.
2011. “A gradient of childhood
self-control predicts health, wealth, and public safety”. PNAS, 108(7),
pp. 2693-2698). Dopo la nascita, a scadenze regolari, ogni aspetto della vita
di questi bambini, dalle caratteristiche della famiglia di origine, fino
all'evoluzione della personalità, con particolare riferimento
all'autocontrollo, all'impulsività e all'aggressività venne valutato, misurato
e registrato, dalla nascita fino ad oggi, che quei bambini sono diventati
quarantenni. Tutti i parametri rilevati sono poi stati messi in relazione con
gli esiti e i risultati più rilevanti nelle vite di queste persone, facendo
emergere alcune conclusioni sorprendenti. Indipendentemente da fattori come il
quoziente intellettivo e la classe sociale di provenienza, la capacità di
autocontrollo ha influenzato significativamente varie dimensioni della vita,
fisica, economica, sociale, affettiva: punteggi più alti nei parametri che
misurano l'autocontrollo, infatti, sono associati ad una salute migliore, al
minor rischio di sviluppare dipendenza da alcool e droghe, ad una migliore
situazione finanziaria, ad un minor rischio di condotte criminali.
Partendo dal “marshmallow test”
fino agli studi più recenti, l'interesse per il tema dell'autocontrollo,
dell'impulsività, dell'akrasia, come direbbero i greci, non riguarda solo
psicologi e neuroscienziati, genetisti e sociologi, ma ci riguarda tutti. Riguarda
il futuro dei nostri figli, la sostenibilità delle nostre istituzioni
economiche e politiche, il sistema giudiziario e quello sanitario. Le
differenze individuali nelle capacità di autocontrollo dovrebbero diventare una
variabile chiave nelle politiche economiche e sociali di governi moderni e
lungimiranti. Dato che gli effetti sono stati dimostrati, occorrerebbe ora
intervenire sulle cause. E siccome sappiamo che queste capacità sono
malleabili, e cose come la coscienziosità, l'auto-disciplina, la perseveranza,
si possono apprendere e sviluppare, dovrebbero diventare parte dei programmi
educativi innovativi e non lasciate totalmente al caso. Sono necessari
interventi precoci - prima si interviene, infatti, più efficace è l'intervento.
Dati gli effetti così rilevanti che la struttura della personalità può
determinare per il futuro dei nostri figli, sarebbero auspicabili programmi di
supporto da attivare già prima che i bambini entrino a scuola.
Quello che osserviamo oggi,
invece, è che le famiglie con bambini piccoli, in Italia, sono proprio i
soggetti più vulnerabili e marginali nelle politiche di welfare e scolastiche;
non è un caso che siano proprio questi i soggetti a maggiore rischio di
povertà.
A chi dice, come il ministro
dell'Istruzione Bussetti, che alla scuola non servono più risorse, perché i
risultati si ottengono con maggiore impegno, lavoro e sacrificio, si può
rispondere che questo è certamente vero, ma poi bisognerebbe chiedere di
spiegare da dove vengono, a loro volta, impegno, lavoro e sacrificio. Sono
frutto del caso o di condizioni famigliari e di contesto socio-economico
favorevoli? Aver frequentato un asilo nido, per esempio, fa aumentare del 39%
la probabilità di ottenere risultati elevati anche se si proviene da una
famiglia disagiata. Una scuola che offre attività extracurriculari, invece, fa
aumentare questa probabilità del 127%; se poi la scuola è anche dotata di
infrastrutture adeguate allora la percentuale passa al 167%. Al contrario, se
si vive in un ambiente ad alta criminalità o ad alta dispersione scolastica
allora si ha una riduzione del 30% e del 70% rispettivamente (Save the
Children, “Nuotare contro corrente. Povertà educativa e resilienza in Italia”,
2018). Questo legame perverso tra svantaggio “ereditato” e povertà educativa
andrebbe spezzato attraverso l'offerta di servizi educativi innovativi e di
qualità e l'attivazione di percorsi mirati tra i bambini e gli adolescenti più
fragili e svantaggiati.
Se vogliamo cambiamenti efficaci
sui fronti più caldi della cittadinanza, dell'economia, della legalità e
dell'ambiente, non possiamo non partire dall'educazione e dalle sue
precondizioni. Perché come scriveva su Avvenire, qualche tempo, fa il poeta
Davide Rondoni: «Chi parla assennatamente di cambiamento di una società, sa bene
che il luogo dove esso si realizza è la dimensione educativa. I cambiamenti o
sono di tipo educativo oppure sono superficiali o violenti […] Non crediamo a
ricette miracolose, ma un buon inizio può essere porsi le domande giuste». La
scienza ci aiuta a porre le domande giuste e a volte ci dà perfino qualche
buona risposta. Avremmo bisogno con urgenza crescente di una classe di decisori
politici, che invece di irridere scienziati e intellettuali, prenda atto di
questo e magari agisca di conseguenza, con coerenza ed efficacia. Il mondo va
veloce mentre l'Italia rischia sempre più di rimanere di lato, a guardare.
di Vittorio Pelligra (Il
Sole 240RE)
Nessun commento:
Posta un commento