
Quanto accade in Sardegna, archiviato,
molto frettolosamente, come questione "prezzo del latte", se non è
una rivolta ne contiene perlomeno i sussulti, le anticipazioni che possono, da
un orecchio fino, essere udite in lontananza.
Può essere che il riconoscimento di
un prezzo del latte, capace di garantire un adeguato ristoro, possa anche
servire, in prima battuta, a quietare gli animi, ma non a spegnere la rabbia
profonda. Per dire, insomma, che non è solo una questione economica, pur
rilevante e impeditiva -per come configurata- di una dignitosa condizione di
vita e di lavoro.
Il prezzo del latte, dicono gli
economisti puri (quelli cioè che tutto rappresentano avendo come unico e
sacrale riferimento nel dominio dell'economia), è il frutto del mercato, ovvero
dell'incontro tra domanda e offerta e dunque il suo fluttuare dipenderebbe
dalla qualità della programmazione messa in atto. Detta così tutto porta ad
individuare tra industriali, cooperative, consorzi e gli stessi allevatori i
responsabili della disfunzione da cui trae origine la stessa protesta.
Le regole del gioco sono proprio
queste, con una necessaria e non secondaria annotazione: a stabilirle non sono
stati i piccoli produttori, bensì i mercati globalizzati, che fondano le loro
valutazioni unicamente sulla quantità dei prodotti. D'altra parte c'è il
pastore, o il contadino, che vive, tra mille sacrifici, una sua magica realtà
poiché ancora si sente libero, e sente anche il peso di una grande
responsabilità: quella di dover vivere in simbiosi con la natura che lo
circonda.
I contorni della vicenda hanno
pertanto motivazioni più ampie, più profonde. Ciò che è messo in discussione è
il modello di sviluppo, l'economia padrona, il modernismo a tutti i costi ivi
compresi la dignità dell'uomo, l'identità, le radici e la stessa libertà.
Gianluigi Scalas
Nessun commento:
Posta un commento