Secondo il Ministero dell’Economia,
nel 2019, la pressione fiscale, è destinata ad attestarsi al 42,3% (+0,4% rispetto al 2018). Per il
Centro studi della CGIA di Mestre
ogni giorno saremo costretti a lavorare per tre ore e mezza per pagare le tasse
e solo il prossimo 4 giugno (dopo 154 giorni lavorativi, compresi sabati e
domeniche) potremo celebreranno il sospirato giorno di liberazione
fiscale (o tax freedom day). Un giorno in più rispetto al 2018. Solo dopo
5 mesi, ciascun contribuente, potrà iniziare a guadagnare per se stesso e per
la propria famiglia.
«Nonostante i correttivi
apportati in zona Cesarini con il maxiemendamento - afferma il coordinatore
dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo - la manovra di Bilancio del 2019 non
ha introdotto quello shock fiscale che tutti si attendevano. Anzi, stando alle
previsioni elaborate dal Ministero dell’Economia, la pressione fiscale per
l’anno in corso è destinata addirittura ad aumentare, dopo 5 anni in cui ciò
non accadeva. Oltre a ciò, va segnalato che con la rimozione del blocco dei
tributi locali prevista dalla manovra c’è il pericolo che tornino ad aumentare
anche il peso delle tasse locali che erano bloccate dal 2016. Senza contare che
è necessario disinnescare le clausole di salvaguardia, altrimenti dall’inizio
del 2020 subiremo un aumento dell’Iva da far tremare i polsi».
“Con le tasse in aumento e con
una platea di servizi erogati dal pubblico che negli ultimi anni è diminuita
sia in qualità sia in quantità – segnala il segretario della CGIA Renato Mason
– si sono sacrificati i consumi e gli investimenti. Inoltre, è diventato sempre
più difficile fare impresa, creare lavoro e redistribuire ricchezza. Alle
piccole e piccolissime imprese, in particolar modo, il calo dei consumi delle
famiglie ha creato non pochi problemi finanziari, costringendo molte partite
Iva a chiudere i battenti”.
Dal confronto con gli altri Paesi
europei non emerge un risultato particolarmente entusiasmante. Nel 2017 (ultimo
anno in cui è possibile effettuare una comparazione con i paesi Ue) i
contribuenti italiani hanno lavorato per il fisco fino al 4 giugno (154 giorni
lavorativi), vale a dire 4 giorni in più rispetto alla media registrata nei
Paesi dell’area euro e 8 se, invece, il confronto è realizzato con la media dei
28 Paesi che compongono l’Unione europea.
Se confrontiamo il “tax freedom
day” italiano con quello dei nostri principali competitori economici, solo la
Francia presenta un numero di giorni di lavoro necessari per pagare le tasse
nettamente superiore (+23), pur con una quantità e qualità dei servizi nettamente superiore. Mentre tutti gli altri hanno potuto festeggiare la
liberazione fiscale con un netto anticipo. In Germania, ad esempio, questo
avviene 7 giorni prima che da noi, in Olanda 13, nel Regno Unito 25 e in Spagna
28. Il paese più virtuoso è l’Irlanda; con una pressione fiscale del 23,4 per
cento, i contribuenti irlandesi assolvono gli obblighi fiscali in soli 85
giorni lavorativi, cominciando lavorare per se stessi il 27 marzo: 69 giorni
prima rispetto al nostro “tax freedom day”.
“Sono già una quindicina le
imposte patrimoniali che gli italiani sono costretti a pagare ogni anno –
concludono dall’Ufficio studi - nel 2017, ad esempio, tra l’Imu, la Tasi,
l’imposta di bollo, il bollo auto, etc., abbiamo versato al fisco 45,7 miliardi
di euro. Rispetto al 1990, il gettito riconducibile alle imposte di possesso
sui nostri beni mobili, immobili e sugli investimenti finanziari in termini
nominali è aumentato del 400 per cento, mentre l’inflazione è cresciuta del 92
per cento. In buona sostanza, in oltre 25 anni abbiamo subito una vera e
propria stangata“.
Va segnalato che quasi la metà del gettito complessivo
(21,8 miliardi di euro) è riconducibile all’applicazione dell’Imu/Tasi sulle
seconde/terze case, sui capannoni, sui negozi e sulle botteghe artigiane.
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