Incapaci di generare vita, gli
uomini hanno sempre ricercato ed esercitato il potere, non solo tra di essi, ma
con tutto ciò che li ha circondati e perfino con ciò di cui sono una componente
marginale: la natura. Ma, è nei confronti della donna che hanno costruito la più
marcata separazione dei ruoli: la donna relegata alla procreazione, alla
crescita dei figli, fuori dal ruolo propriamente comunitario.
È sempre stato così, seppure con le
dovute differenze, dipendenti da rari ambienti identitario-culturali: come la
Sardegna.
Gli uomini hanno avocato a se
stessi il ruolo di cacciatori; di
militari per l’esercizio del dominio; nei rapporti con gli dei, ricavandosi
ruoli da protagonista nei miti e nelle narrazioni; nella storia e nella
cultura; con l’uso del denaro. Alla donna, invece, è rimasto l’essere
espressione strumentale della natura.
L’uomo da sempre modellato per
fare la storia da protagonista, ha così rimarcato la superiorità nei confronti
della donna. Lo ha fatto anche con la violenza: psicologica e fisica; dentro e
fuori le mura di casa.
All’origine di questa cultura vi
è la mancanza di amicizia tra i generi; la prepotenza di chi non vuole scoprire
la forza che c’è nell’altro.
Riflettere induce a scoprire
quanta differenza ci sia ancora tra i generi, ben più marcata di quella che c’è
stata tra le classi sociali. Una sottomissione visibile che sfocia anche nello
sfruttamento, fino alla riduzione in schiavitù.
Ancora oggi, assistiamo - spesso avvolti
in una coltre di ipocrisia – alla negazione dell’essere e del diritto di
libertà. Accade ogni qualvolta vediamo una donna oscurata da un burca; resa
anonima da uno chador. Ma, anche quando accettiamo matrimoni combinati, persino
con bambine. Sorvoliamo o al massimo ci indigniamo perché abbiamo imparato a
tollerare ciò che non è tollerabile: “perché è nella loro cultura”. Ma, chi ha imposto
quella cultura se non gli stessi uomini a danno delle donne. Sono le stesse donne che, da vedove, si
consegnano al clan familiare per essere ulteriormente relegate ad altre forme
di subordinazione. Desiderio, progetto, aspirazione, creatività sono
espressioni a loro negate.
Aspetti non dissimili dalla
condizione delle donne che fuggono dalla gabbie della povertà verso gli
ambienti dell’opulenza ingrata. Dove, private dei loro affetti più cari, assistono
gli anziani o i bambini altrui. Che dire di coloro che affogano le loro
aspirazioni nei marciapiedi delle nostre strade: dove assumono le vesti della
merce, in uno squallido mercato in cui il denaro è diventato l’unico generatore
di valore. Affetti, sentimenti, memorie,
rimpianti, futuri immaginati e sognati sono tutti vissuti privati di valore: infinitamente
subalterni al preponderante ed incondizionato egoismo dell’epoca postmoderna.
Tutto questa abissale e mortificante
contraddizione finirà, ma solo quando l’uomo comprenderà che non è colui che è
chiamato a dominare, ma a relazionarsi. Perché, come sostiene Professor Umberto
Galimberti, «se non si arriva a catturare questo
segreto e quindi a scoprire che cos’è davvero il femminile, non ci resta che il
ricorso agli antidepressivi o all’alcool o alla droga, perché non c’è gioia
nell’io e nella sua esasperata autoaffermazione, ma solo nella relazione che è
il linguaggio tipico della donna, di cui l’uomo, fatta eccezione per rari casi,
deve ancora imparare l’alfabeto».
Massimo Carboni

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