Maturità. Una parola che fino a
qualche anno fa nominava gli esami che concludono il ciclo della scuola
secondaria superiore che ora è stata abolita e, con essa quella sorta di rito
di iniziazione che la caratterizzava.
Ci siamo così definitivamente
congedati dall´ultima traccia di quella pratica antichissima, l´iniziazione,
che l´umanità, fin dai suoi albori, ha sempre conosciuto e ritualizzato in
pratiche, spesso dolorose e cruente, volte ad appurare l´idoneità di un
adolescente ad essere introdotto nella comunità degli adulti.
Accanto alla maturità, c´era, per
i maschi, quell´altro rito iniziatico che era il sevizio militare. Ma
l´abolizione della leva obbligatoria ha soppresso anche questo rito, che
segnava il congedo dalla protezione delle cure genitoriali e l´ingresso in
quella dimensione non protetta che è la vita adulta, chiamata a determinarsi da
sé.
Risultato? Il prolungarsi
dell´adolescenza a tempo indeterminato, con il grave disagio di chi si trova a
fare l´adolescente senza più esserlo, con forti spunti di autonomia e
indipendenza psicologica che, non avendo dove esprimersi, si traducono in
quelle forme di ribellismo e di insofferente rivendicazione di indipendenza che
i genitori sono soliti subire tacendo per evitare il peggio. Ne valeva la pena?
Un tempo gli esami di maturità
avvenivano di fronte a una commissione esterna: professori sconosciuti che
esaminavano studenti sconosciuti. Prima grande prova di oggettività, dove,
senza protezione, uno studente verificava, oltre al suo sapere e alla capacità
di comunicarlo, anche la sua solidità psicologica, la capacità di controllare
il suo stato emotivo di fronte ad estranei, in una parola: il governo di sé.
Che tutto questo fosse presente in quella prova, se non vogliamo ammetterlo
razionalmente, ce lo ricorda il nostro inconscio con quei sogni ricorrenti
(dove non si supera l´esame di maturità) che fanno la loro comparsa ogni volta
che nel corso della vita il nostro stato emotivo è fuori controllo e l´ansia
circa la nostra identità e il nostro bisogno di riconoscimento si fanno incerti
e precari.
Dal momento che la vita adulta
non ci risparmia queste prove d´oggettività, come sanno tutti i giovani che per
la prima volta si presentano a un colloquio di lavoro, perché la scuola li
esonera da questa prova, quando la vita poi, implacabilmente, li sottoporrà?
Perché non incominciare dalla quinta elementare e poi alla terza media, e
infine con l´esame di maturità a creare le condizioni che consentono di
verificare le proprie capacità in un rito, gli esami, non protetto dalla
conoscenza, dalla comprensione, dall´indulgenza, che sono virtù se applicate a
chi è socialmente o psicologicamente svantaggiato, ma diventano danni
gravissimi per chi, senza svantaggi socio-psicologici, non è mai messo alla
prova, perché i debiti scolastici non sono mai pagati, e i crediti si
accumulano con quelle attività extra-scolastiche che oggi entrano nel computo
della valutazione, o con quelle tesine scaricate da Internet che sono puri
attestati di incompetenza e ignoranza?
E poi quasi tutti promossi (anche
se durante l´anno si è studiato con una media di un´ora al giorno) per evitare
ricorsi, fastidi, demotivazioni, abbandoni, sostenuti, in questo trend di
progressivo lassismo, da quella ignorantissima "psicologia
comprensiva" che, dello sviluppo psichico dell´adolescenza, non conosce
neppure l´abbiccì. Sì, perché è noto a tutti che i giovani hanno un bisogno
enorme di verificare il proprio valore, le proprie capacità, la propria forza,
il proprio coraggio, e se la scuola non gliene dà l´occasione, cercheranno
altrove, negli stadi, nelle corse spericolate in macchina, nei percorsi della
droga, in prove estreme al limite del suicidio, di praticare quei riti
iniziatici di morte e rinascita, a cui la scuola si è colpevolmente sottratta.
E come l´adolescente, per uscire dall´infanzia ed entrare nell´esuberanza
sessuale, ha bisogno di quei riti iniziatici che si esprimono, anche se in modo
maldestro, nei processi di socializzazione, dove la parola dell´amico conta
mille volte di più di quella dei genitori, così il giovane, per diventare
adulto, deve passare per quel rito iniziatico, dove muore l´adolescente
protetto che è in lui, e nasce il giovane che guadagna la sua autonomia solo se
sa sostenere prove senza protezione, dove in gioco è la sua capacità di
superarle o di reggerne la sconfitta. Perché anche reggere la sconfitta è una
prova di maturità.
Gli esami attuali, dove gli
studenti sono giudicati dai loro stessi insegnanti, sono la negazione di questo
banco di prova. E quando a un giovane io ho tolto la possibilità di verificare
il suo valore e quindi la sua identità, gli ho tolto un passaggio psicologico
di fondamentale importanza, che nessuna gratuita promozione è in grado di
compensare perché a quella promozione è lo studente stesso a non dare alcun
valore. E così, non allenato a scuola da prove oggettive, senza preparazione a
superare prove, lo si consegna, sguarnito perché non allenato, alle prove della
vita, la cui selezione tutti conosciamo essere più crudele di quella
scolastica.
"Maturità" non vuol
dire saggezza, ponderazione, equilibrio o addirittura invecchiamento precoce,
maturità vuol dire capacità di superare le prove per reperire la propria
identità, così come capacità di reggere le sconfitte senza depressione e
abbandono. Siccome la vita adulta questo ci chiede, perché non incominciare ad
allenarsi nella vita scolastica, dove tutto è ancora recuperabile, dal momento
che la scuola non ha quei tratti di inesorabilità che invece sono propri della
vita?
Umberto Galimberti
Umberto Galimberti
Nessun commento:
Posta un commento